Si avvicina – il prossimo Ottobre – il centenario della nascita di Salvatore Fiume, artista di Comiso. Lombardo, però, d’adozione.
La biografia di Fiume è un romanzo. Comiso, già baciata dall’essere stata la culla di Gesualdo Bufalino, ha in Fiume quello che Van Gogh è stato per Zundert. Eppure è assai curioso che – me lo faceva notare l’amico Carlo questa estate -, a scorrere la lista degli eventi organizzati e promossi per ricordare l’artista, non ce ne sia nemmeno uno nella sua regione, nella sua Comiso.
E pensare che Salvatore Fiume – che ha vissuto il mondo – grazie alla sua abilità, grazie alla sua capacità di immaginare un nuovo linguaggio nelle arti figurative, mescolandosi e mescolando gli influssi che provenivano dalle correnti dei periodi che attraversò, è stato scelto dai principali magnati dell’arte dei suoi tempi. Olivetti, Giò Ponti, Bruno Buitoni.
Fu alla Olivetti ai tempi di Adriano, i tempi in cui il territorio eporediese valeva quanto oggi la Silicon Valley. Quando poeti, urbanisti e filosofi erano considerati nei consigli di amministrazione. Perché l’impresa guardasse lontano e non solo dentro le righe di un bilancio. Oggi, l’unico cortocircuito tra arte e top management è quello di Maurizio Crozza quando imita splendidamente Marchionne e Fuksas. Ecco, per dire.
Di Salvatore Fiume sono opere come l’Isola delle Statue, un’opera che è, appunto, uno dei risultati più importanti della sua ricerca metafisica. La sua lettura immaginifica, complessa quanto si vuole, in cui si leggono gli influssi di De Chirico e Sironi, è quella di un nuovo tessuto urbano. Un tessuto che per Fiume doveva somigliare ad esseri antropomorfi. C’è da giurare che Jason deCaires Taylor, l’artista cui si devono le statue di cavalieri che i londinesi hanno trovato installate nel Tamigi a Londra, si sia ispirato a Salvatore Fiume. Guardate che somiglianza nella forma dei cavalli. Solo che mentre Taylor, che deve per forza finalizzare la sua opera, destinandola a un messaggio “civico” e “sostenibile” omaggia il contingente, mette la data di scadenza su quei cavalli, i cavalli di Fiume rimarranno per sempre. Per altri artisti che verranno. Continueranno a fare da spore fluttuanti nella sensibilità della storia, della cultura e dell’identità del genere umano.
Salvatore Fiume fu un genio e fu un irregolare. Di fronte alla diffidenza dell’opinione pubblica, in particolare quella dei cosiddetti “addetti ai lavori” verso le sue composizioni, decise di sviluppare una serie di dipinti che s’ispiravano alla tradizione e al folklore spagnoli. Si adattò allo spirito del tempo, insomma. Il colpo di genio fu però quello di esporre questi dipinti inventandosi l’esistenza di un suo presunto amico pittore Francesco Queyo, il quale però non avrebbe potuto presenziare alla mostra in quanto esule del regime Franchista. Ecco. La mostra fu un successo e i dipinti furono tutti venduti. Solo un grandissimo e acuto osservatore come Dino Buzzati, cui certamente l’isola delle statue avrà detto molto più di quanto non avesse detto ai suoi coevi colleghi intellettuali, colse la pennellata di Fiume. I due saldarono una profonda e lunghissima amicizia. Proprio Buzzati poi, che si dedicava pure lui alla pittura, dovette tenere a mente le suggestioni di Fiume quando elaborò la Ragazza che precipita. Dove è appunto ripresa l’idea di Fiume di rappresentare i suoi soggetti con le proporzioni a soqquadro.
Salvatore Fiume fu artista capace di racchiudere tutto il mondo dentro la sua pupilla. Fu globale. Andò in Giappone e in Indonesia. E questi suoi viaggi dall’inizio alla fine del mondo gemmarono altrettante rassegne che sotto gli echi di Degas e di Matisse raccontano l’esotico, il suo personalissimo precipitato, con tanto di sali e di zucca. A Milano, Monza, Varese lo si ricorda. Tant’é.

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