I primi ad esplorare la rotta balcanica verso i Paesi dell’Unione Europea sono stati i cittadini di Kosovo, Macedonia e Albania che passavano attraverso i valichi con la Serbia per raggiungere il primo paese Ue, l’Ungheria, e quindi Austria e Germania. Questa via di terra non passa inosservata: l’agenzia dell’Ue Frontex nel suo Risk Analysis 2015 nota un incremento del 27% del flusso immigratorio da parte di cittadini di Kosovo e Albania tra l’anno 2013 (40.000 persone) e l’anno 2014 (66.000). I rifugiati provenienti da Siria, Iraq e Afganistan nel 2014 sono presenti sulla rotta balcanica e passano attraverso i confini di Grecia, Macedonia, Serbia e Ungheria. Nella primavera del 2015 si registra il picco di presenze di rifugiati e migranti che continua tuttora. Un memorandum di cooperazione in materia di rifugiati e migranti è stato firmato il 4 settembre a Ohrid, dai ministri della Macedonia, Austria, Serbia e Ungheria.

LA MACEDONIA

Nella notte tra giovedì 23 e venerdì 24 aprile, un gruppo di circa cinquanta profughi provenienti da Afganistan e Somalia viene investito da un treno lungo una ferrovia vicino a Veles, nel centro della Repubblica di Macedonia. I 14 migranti investiti dal treno stavano seguendo a piedi il tracciato della ferrovia valicando un’area montagnosa che collega Gevgelija e Kumanovo. Fino al mese di giugno, i richiedenti asilo erano tenuti in centri di detenzione e chi era irregolare nel Paese non poteva fare uso di mezzi pubblici, nemmeno con il biglietto pagato. Il 18 giugno il parlamento macedone ha approvato una legge che permette ai migranti di attraversare il Paese in maniera regolare e quindi anche con la protezione della polizia, a patto che questo avvenga nel lasso di tempo di 72 ore dalla registrazione presso le stazioni di polizia. Secondo i dati ufficiali del ministero dell’Interno macedone, tra il 22 giugno e il 3 agosto, più di 23.000 persone hanno richiesto il lasciapassare. La tensione è cresciuta attorno al 3-4 agosto, quando la polizia e l’esercito macedone ha cercato invano di chiudere il confine con la Grecia, anche utilizzando gas lacrimogeni. Davanti all’impossibilità di chiudere il confine e alle pressioni di Ong e comunità internazionale la Macedonia finalmente lascia entrare circa 10.000 persone, che attraversavano da Idomeni alla stazione ferroviaria di Gevgelija.

LA SERBIA

Dopo la decisione della Macedonia di togliere il blocco alla frontiera con la Grecia aumenta il flusso di migranti che arrivano in Serbia, la quale tuttavia cambia strategia. Come nota Davide Denti su Aspenia online, “la Serbia ha copiato il sistema macedone dei permessi di transito di 72 ore per i rifugiati e ha aperto le sue frontiere organizzando quattro campi di transito a sud (Preševo e Miratovac) e nel settentrionale (Kanjiža e Subotica), mentre un quinto è in fase di realizzazione a Belgrado. Allo stesso tempo, la popolazione serba ha dimostrato grande solidarietà con i siriani, fornendo loro aiuti, cibo e riparo”. I motivi per cui la Serbia ha adottato un approccio più aperto e conciliante sono vari. Da una parte, ricorda Denti, “i cittadini serbi ricordano ancora fin troppo bene che cosa significa cercare rifugio dalla guerra, come hanno sperimentato solo 15 anni fa”. Dall’altra parte, la Serbia è un Paese candidato all’adesione all’UE, e dopo il primo accordo sulla normalizzazione delle relazioni con il Kosovo nel 2013, Belgrado è oggi in attesa dell’effettivo avvio dei negoziati di adesione con l’Unione europea.

L’UNGHERIA

I profughi raggiungono l’Ungheria via terra, attraverso il corridoio tra Grecia, Macedonia, Serbia e Ungheria. Il governo conservatore di Orban ha dichiarato l’intenzione di registrare tutti i migranti che entrano nel paese e rimpatriare quelli economici. Nelle ultime ore il governo di Orban ha dichiarato lo “stato di emergenza” e ha approvato con una larga maggioranza in parlamento un pacchetto di leggi molto restrittive. Il pugno duro di Orban si è concretizzato anche con la chiusura della stazione ferroviaria Keleti a Budapest. Il portavoce del governo, cui è stato chiesto perché la stazione sia stata chiusa, ha risposto che il governo di Budapest sta cercando di “applicare la normativa Ue, che richiede agli extracomunitari che vogliano muoversi all’interno dell’area Schengen di avere un passaporto e un visto”. Dopo la chiusura centinaia di profughi e migranti si sono messi in marcia verso Vienna:oltre 240 chilometri a piedi per raggiungere l’Austria prima e la Germania dopo.

LA BOSNIA-ERZEGOVINA

Dopo che l’Ungheria ha iniziato la costruzione di un muro lungo 175 km sul confine con la Serbia, per evitare i profughi e migranti, le preoccupazioni sono cresciuti sopratutto in Bosnia e Croazia perché i rifugiati potrebbero cambiare rotta. La Bosnia ha fatto sapere che non ha la capacità di gestire un afflusso di rifugiati avendo solo un centro di immigrazione con una capacità di 120 persone, e un centro di asilo, con la capacità di contenere circa 300 persone. La popolazione bosniaca ha comunque cominciato ad attivarsi, nel caso il flusso di profughi siriani dovesse presto attraversare il paese.

KOSOVO

La presidente del Kosovo Atifete Jahjaga ha fatto una richiesta paradossale a governo del premier Mustafa, di ospitare 3.000 profughi siriani. Tale richiesta viene a coincidere con un esodo di migliaia di kosovari verso i paesi Ue. Nonostante in Kosovo non siano in corso persecuzioni di natura politica, etnica o religiosa, il numero di cittadini kosovari che entra illegalmente in UE per chiedere asilo (23.000 nel 2014) è aumentato vertiginosamente negli ultimi mesi. Tale numero è uno dei fattori principali per cui alcuni paesi dell’Ue sono contrari all’avvio di ogni processo di liberalizzazione dei visti per i kosovari. Il tasso di disoccupazione tra i giovani dai 18 anni ai 34 anni, secondo i dati ufficiali dell’Agenzia statistica del Kosovo è del 75 per cento. Solo in Ungheria ci sono più di 6 mila kosovari che hanno cercato asilo, e anche la Germania sta pensando di dichiarare il Kosovo “paese d’origine sicuro” per poter trattare più speditamente le domande d’asilo dei cittadini kosovari, che vengono respinte per la quasi totalità.

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