Il commento di Riccardo Ruggeri, già top manager del gruppo Fiat, ora imprenditore ed editorialista

Grazie all’autorizzazione del gruppo Class editori, pubblichiamo l’articolo di Riccardo Ruggeri uscito sul quotidiano Italia Oggi diretto da Pierluigi Magnaschi

La prima reazione che ho avuto alla scoperta della truffa VW sulle emissioni l’ho espressa in un tweet: «Ai miei nipoti lascio una Audi 3, saranno mantenuti a vita da VW». Poi, amici giornalisti mi hanno invitato a parlarne in radio, attraverso interviste ufficiali o in amitié.

Mi sono letto tutto quello che è stato pubblicato, al solito insopportabile il sussiego della grande stampa anglosassone liberal, ma nel complesso è stato divertente: sentire dissertare di onestà i ladri è sempre piacevole. Curiosamente, tutti hanno preferito usare il termine «scandalo» piuttosto che il più corretto «truffa», perché, in realtà, di questo si tratta.

I più politicizzati degli analisti si sono buttati sull’elefante di Wolfsburg caduto nella polvere, cercando di trascinarvi l’intera Germania, sostenendo tesi stravaganti allargate a mo’ di maglia bernarda. Sono approcci talmente miserabili da non meritare alcuna analisi, soprattutto quando vengono da Paesi corrotti alle fondamenta, che hanno permesso scandali mostruosi, come quelli della finanza, gestendoli con la filosofia criminale too big to fail e, mitico, too big to jail. Costoro, per tutto il Ventunesimo secolo, dovrebbero tacere.

Prima che nascessero i business di internet ed esplodesse quello della finanza, la palma della corruzione nel business vedeva al primo posto l’industria dell’auto. Consiglio colleghi curiosi a intervistare imprenditori e manager (saranno ormai anzianotti) che hanno vissuto nei mitici anni da bere (’70-’80), quando esplose il business della componentistica automotive: essendo tutto ampiamente prescritto, ne scoprirebbero delle belle. Anticipo loro che, ai primi posti, troverebbero Germania e Stati Uniti.

Il motivo dell’eccesso di corruzione non è mai genetico, ma sempre riferito ai volumi di produzione in gioco. Oggi, l’industria dell’auto ha perso la leadership a favore della Finanza e dei Big Data, è talmente mal ridotta da truffare sui gas di scarico, ci rendiamo conto, roba da camorra napoletana d’antan, visto che secondo De Luca e De Magistris ora è scomparsa, mentre gli altri, con ben diversa professionalità, manipolano l’euribor, non pagano le tasse societarie, non rispettano leggi e regolamenti, e sono pure impuniti e ammirati. Il software di bordo battuto dall’algoritmo di corporate.

Evitiamo pure di fare della dietrologia, ma non fingiamo di dimenticare il passato. È noto che gli americani non hanno mai creduto nel diesel, non avendovi investito, oggi sono out nel settore (solo grazie a Fiat e a Torino la GM è competitiva), per questo si sussurra che col diesel le autorità americane siano particolarmente cattive, come lo furono ai tempi del Concorde (al cui progetto si erano opposti, e non dando il permesso al suo atterraggio per svariati anni, con motivazioni oscene, lo fecero fallire). Non trascuriamo le regolamentazioni nel campo alimentare, tutte le schifezze ormonali-medicinali autorizzate (quando sono a N.Y. da Peter Luger mangio bistecche grondanti ormoni e pannocchie grondanti ogm, al solo scopo di crearmi gli anticorpi per tutto l’anno).

La regolamentazione delle emissioni auto sconta un peccato originale, impossibile da evitare: i parametri sono stabiliti da gruppi di pressione (pomposamente dette lobby) la cui priorità non è certo l’ecologia e la salute dei cittadini, ma il loro fatturato, soprattutto stock option e bonus dei loro CEO. Di qui bisogna partire. Ho suggerito a un collega di scrivere la storia delle regolamentazioni sulle emissioni auto in Europa e in Usa avendo un atteggiamento non solo laico ma da Àpota. Le metta poi a confronto con le balle che si raccontano nella comunicazione dei mutamenti climatici (scienziati inglesi e Al Gore docent), con l’antidoping, nel ciclismo e nell’atletica leggera. Perché di questo si tratta, l’infinita lotta fra guardie e ladri.

Presa con le mani nel sacco VW pagherà il dovuto agli americani, se prevarrà la serietà si dovrà far entrare in pista la safety car per controllate tutti gli altri costruttori e componentisti (se truffa VW ). Io continuerò a comprare Audi e tenere i miei risparmi sotto il materasso, piuttosto che in una banca.

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