Aufstieg und Fall der Stadt Mahagonny (Ascesa e caduta della città di Mahagonny) di Kurt Weill, libretto di Bertolt Brecht, arriva oggi 6 ottobre al Teatro dell’Opera. E’ una coproduzione importante in co-produzione con il Teatro La Fenice di Venezia ed il il Palau de les Arts Reina Sofía di Valencia. E, dopo l’opera di John AdamsI was Looking at the Ceiling and Then I Saw the Sky, il secondo titolo di un trittico di opere moderne che ci chiuderà con Bassaridis di Hanz Werner Henze che il 27 novembre aprirà la nuova stagione 1965-66.

La regia, è di Graham Vick, regista tra i più inventivi nel panorama odierno che per l’Opera di Roma ha recentemente firmato Die Entführung aus dem Serail (2011). Debutta alla direzione dell’Orchestra del Teatro dell’Opera di Roma il Maestro John Axelrod, Direttore Principale Ospite della Sinfonica “Giuseppe Verdi” di Milano.

Aufstieg und Fall der Stadt Mahagonny, dopo L’opera da tre soldi, è il secondo capolavoro del sodalizio che legò Weill a Bertolt Brecht, di cui il compositore tedesco aveva sposato pienamente le idee portando nel teatro musicale temi d’attualità e soggetti a sfondo sociale.
Andata in scena all’Opera di Roma una sola volta, nel 2005, “Ascesa e caduta della città di Mahagonny” torna dopo dieci anni in un nuovo allestimento che vede le scene e i costumi di Stuart Nunn, i movimenti coreografici di Ron Howell e le luci Giuseppe Di Iorio.

Nel ruolo dei tre fuggiaschi fondatori di Mahagonny, la città dell’oro dove tutto è possibile, vedremo Iris Vermillion (Leokadja Begbick), Dietmar Kerschbaum (Fatty, der “Prokurist”) e Willard White (Dreienigkeitsmoses). Measha Brueggergosman sarà Jenny Hill, una delle ragazze chiamate ad allietare la vita della nuova città. Nei panni delle vittime di questa trappola vedremo Brenden Gunnell (Jim Mahoney), Christopher Lemmings (Jack O’Brien, anche nel ruolo di Tobby Higgins), Eric Greene (Bill, gennant Sparbückenbill) e Neal Davies (Joe, gennant Alaskawolfjoe). Accanto agli interpreti principali, un gruppo di 25 giovani attori sarà parte fondamentale della messa in scena. Maestro del Coro Roberto Gabbiani.

L’ultima volta che vidi Aufstieg und Fall der Stadt Mahagonny, circa tre anni fa a Berlino, fu alla deliziosa Komische Oper, a pochi passi dalla Porta di Brandeburgo, nota perché i lavori vengono allestiti in modo molto innovativo. A Roma manca dal 2005, quando venne proposto un allestimento di Daniele Abbado, un sforzo comune dell’Opera di Roma, dei Teatri di Reggio Emilia e del Petruzzelli di Bari. Ricordo un cast internazionale di ottimo livello. Specialmente brava l’orchestra, diretta da Jonathan Webb.

Aufstieg und Fall der Stadt Mahagonny può essere considerata l’unica opera in senso stretto (ossia interamente in musica con pochissimi numeri parlati) di Kurt Weill su libretto di Bertolt Brecht. È un lavoro del 1930 che destò così tanto scalpore che i nazisti ne fecero bruciare tutte le copie della partitura; una, si dice, venne trafugata negli Stati Uniti dove Weill e Brecht la misero in scena in inglese.

È un apologo dell’ascesa e del crollo del capitalismo che allora era molto più graffiante di oggi. Tre malviventi in fuga creano una città dove tutto è permesso tranne non avere denaro; la nuova città (Mahagonny) attira delinquenti, prostitute, avventurieri, cercatori d’oro, e via discorrendo; Jim Mahoney è condannato all’impiccagione non per avere assassinato e derubato ma per non avere saldato un debito di gioco; ma proprio il giorno dell’impiccagione, un tifone spazza via Mahagonny e i suoi abitanti.

Soltanto nel 1988 è stata pubblicata un’edizione critica (basata in gran misura sulla partitura miracolosamente ritrovata a Lipsia). Ed è quella in scena da un decennio alla Komische Oper di Berlino e che ritengo verrà proposta a Roma. Lo spettacolo di Berlino segue puntualmente l’edizione critica (in tedesco) del 1988 e le istruzioni drammaturgiche di Brecht, ma scene e costumi sono portati ai giorni nostri.

Aufstieg und Fall der Stadt Mahagonny, nella sola edizione presentata in Italia prima di adesso (in italiano e basata sulla prima versione del lavoro) è stata letta come una dura satira del capitalismo americano (che né per esperienza diretta né per lettura dei testi Brecht e Weill conoscevano).

A mio avviso, invece, la sua fonte principale è “Gli uccelli di Aristofane” – critica severissima dell’utopia, molto poco politically correct e con più di una punta omofoba (con buona pace di chi erroneamente crede che i greci antichi praticassero l’amore gay o almeno lo tollerassero). Come ne Gli uccelli, un gruppo di socialmente esclusi (nel caso specifico, banditi, lenoni e prostitute) costruiscono, e distruggono, la “città ideale” dove tutto è permesso (e dove tutto, dal sesso ai peccati di gola, è estremo), basta avere i soldi. Nel 1928-30 Brecht e Weill erano due giovani trentenni che assistevano al disfacimento della Repubblica di Weimar. Il loro rappresentare tale disfacimento (con una musica, tra l’altro, piena di accenti timbrici ricavati dallo studio del “jazz” americano) non piaceva ai nazisti, che quindi ne impedirono la messa in scena.

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