Quasi sempre, quando in questo paese un’azienda straniera ha provato ad avvicinarsi a un’azienda italiana per comprarla si è gridato allo scandalo. Alla perdita di italianità. Al furto dei gioielli di famiglia. È successo per i gruppi industriali ed è successo per le aziende del Food. Ricordate quando Lactalis acquistò Parmalat?
Ieri sera, invece, l’acquisto, da parte della olandese Unilever, della torinese Grom occupava la parte alta di tutte le testate online. Un successo. Un trionfo. Nessuna preoccupazione per le uova e il latte sbattuto a Mappano. Tutto un ingrommarsi, tutto uno stringersi le mani di fronte a questo sfinire la propria start up dentro la multinazionale del gelato che controlla i marchi del gelato da supermercato come Procter&Gamble controlla, negli scaffali di fianco ai surgelati, quasi tutti i marchi dei prodotti per la pulizia della casa.
Per non finire storditi come i pugili alla dodicesima ripresa, ricordiamoci che non si vende la propria azienda, e non si condivide parte di essa a meno che non si hanno dei problemi finanziari. Problemi non trascurabili. Grom si è sempre proposta come la casa del gelato artigianale e, seppur nell’ipocrisia del termine, dal punto di vista del marketing e della comunicazione l’ha fatto benissimo. Finire dentro lo stesso marchio ombrello che vende i prodotti da banco al supermercato, suona come se, nel vino, Zonin acquisisse Pio Cesare. Giusto per rimanere in Piemonte. Sarebbe una cosa da far accapponare la pelle.
La verità di questa storia è che i vantaggi competitivi sono difficili da mantenersi, a maggior ragione quando sono solo basati su di una bella e fresca comunicazione. E non vorremmo scomodare il PTMO Gorgiano sull’impossibilità della parola di farsi ciò che non è. Certo Unilever non avrebbe mai potuto acquistare Fiorio, però.

Condividi tramite