Pubblichiamo la replica della giornalista Anna Mazzone alla lettera dell’ambasciata dell’Azerbaijan in Italia.

Credo sia doveroso premettere che da libera giornalista di un Paese libero e democratico come l’Italia non sono avvezza a scrivere i miei articoli sotto indicazione di alcuna Ambasciata straniera, limitandomi a riportare i fatti in base al mio lavoro di inchiesta e alle mie fonti sul luogo.

Che l’Azerbaijan sia una dittatura non lo dice Anna Mazzone, ma tutte le principali organizzazioni internazionali, da Amnesty International a Human Rights Watch, passando per il Parlamento europeo. Nel 2011 mi sono recata in Nagorno Karabakh per realizzare un documentario sulla “guerra dimenticata” in quel fazzoletto di terra tra Armenia e Azerbaijan.

Sono entrata in Nagorno Karabakh (Repubblica indipendente non riconosciuta al momento da nessun altro paese nel mondo, inclusa l’Armenia) attraverso la frontiera armena, l’unica, assieme a quella iraniana, che tuttora consente l’ingresso nel Paese. Ho passato l’imponente Porta di Tamerlano e non ho incontrato nessuna dogana azera cui dover presentare il mio passaporto.

Come ben sa il Console azero a Roma, non esiste alcun passaggio “sicuro” per entrare in Nagorno Karabakh dall’Azerbaijan, perché l’intero territorio è disseminato di trincee e mine anti-uomo, senza calcolare i cecchini azeri puntualmente appostati sulle montagne e pronti a premere il grilletto senza esitazione, come testimoniano i recenti morti lungo il confine. L’inclusione in una lista nera di cittadini italiani “non graditi” al governo di Baku è pertanto del tutto strumentale e assolutamente svincolata dalla normativa vigente in materia di visti.

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