Ignazio Marino s’è dimesso dal ruolo di Sindaco di Roma.
Le opposizioni a destra esultano e i neofascisti gongolano chiedendo elezioni subito, entrambi sperticandosi uno più dell’altro sull’uso della parola sinistra a fianco a quella di Marino fatte seguire dal lemma distruzione; il Movimento 5 Stelle si attribuisce la gloria d’aver fatto vacillare il potere costituito per bocca del fiero Dibba ad Alberto di Majo de ‘Il Tempo’:  «Se il M5S non avesse fatto una battaglia sui rendiconti, i cittadini non avrebbero mai saputo che Marino ha mentito nei suoi rimborsi. Abbiamo dovuto chiamare i carabinieri il 2 ottobre per avere i documenti, che poi due ore dopo il Comune ha messo on line»; A(r)/lfio Marchini raduna i suoi e i centristi che l’hanno sostenuto alle scorse elezioni comunali per prepararsi all’assalto della prossima tornata elettorale mentre Sel, in maggioranza nella giunta, cambia confusamente posizione non possedendone una propria al riguardo.
La caduta del Sindaco, in ogni caso, è stata ben descritta da Adriano Manna in un articolo su Sinistraineuropa.it: «Roma verrà commissariata ora dal Prefetto Gabrielli, almeno per l’emergenza Giubileo (perché di emergenza si tratta), e a vincere sarà ancora una volta quella tecnocrazia regressiva che si sostituisce alla politica nelle sue funzioni in nome di una perenne emergenza, che altro non è che la manifestazione disordinata di tutti gli “effetti collaterali” di quel modello di gestione neoliberista in divenire della “cosa pubblica” che lei stessa è chiamata a blindare e riprodurre. Il dato politico su cui riflettere seriamente, e questo per onestà intellettuale dovrebbe interessare i cittadini ovunque collocati politicamente, è che il Sindaco della Capitale è stato costretto alle dimissioni sulla spinta di enormi pressioni provenienti da ambienti altri rispetto a quelli chiamati a interpretare la volontà democratica dei cittadini. Questo è il vero elemento, di una gravità inaudita, da anteporre a qualsiasi valutazione politica sul suo operato».
Lo scontro che s’è messo in atto dall’insediamento di Ignazio Marino, in effetti, è stato quello che vedeva contrapposti da una parte il potere statale e dall’altra quello della stampa romana e dei suoi gruppi editoriali, vicini ai grandi interessi e che detengono grandi capitali.
In tutto questo, in effetti, come scriveva Manna le dimissioni sono state spinte da enormi pressioni provenienti da ambienti altri rispetto a quelli chiamati ad interpretare la volontà democratica dei cittadini, così infatti la rete ironizzava sul gesto di Marino pubblicando su Facebook e Twitter la foto di Bettini corredata dai celebri versi della canzone romana resa famosa ai più da Lando Fiorini, ‘Lella’: «me dice co la faccia indifferente / me so stufat[o] nun ne famo gnente / e te lo vojo dì / che so stato io».
E’ bene precisare, infatti, che chi batte queste righe non è affatto convinto del fatto che Marino si sia dimesso per due cene – come a quanto pare lo sia una buona parte della popolazione.
Se, dunque, si dovesse votare domani – abusando d’una perifrasi e di una situazione quantomeno improbabile perché implicherebbe l’avallare d’una qualsiasi campagna elettorale seppur minima – nessuna forza politica sarebbe in grado di svolgere una funzione egemone sulla politica romana tanto da condizionare le scelte degli altri partiti, movimenti e liste civiche nella ricerca di un candidato ideale.
La situazione che si sta profilando è quella di una Lega vicina ai neofascisti di Casapound e Fratelli d’Italia; il centro e una buona fetta del Partito democratico che tenderebbe verso Marchini; il centrodestra diviso fra Nuovo Centrodestra, Forza Italia e Altra Destra (il movimento fondato da Stefania Belviso); Sinistra Ecologia Libertà verosimilmente spaccata in cui le diverse anime – in cerca d’autore ma tutte convitate di pietra – proveranno a sedersi al tavolo col Pd o con una lista civica che Marino ha già annunciato di voler promuovere.

Nessuno, quindi, facendo una rapida scorsa dei nomi sopra elencati, è in grado di imporre una propria identità, e una propria egemonia, nell’agone politico pre-elettorale, sempre nel caso in cui si dovesse votare a breve, usando il periodo ipotetico dell’irrealtà.

Le parti politiche, qualsiasi esse siano, sono state percepite ancora più negativamente dopo i recenti scandali, dato che ai più è stato mostrato lo scalpo degli scontrini e della-mala-politica-che-si-ruba-i-soldi, e lo stesso Marino (percepito come elemento terzo rispetto al Pd nonostante ne fosse ben immerso nella dialettica e nel dibattito interno) ha indirettamente prestato il fianco all’impossibilità della riproposizione di una candidatura che fosse percepita come esterna al blocco politico che governava la città.
Roma, sempre più vista come la preda di un octopus mitologico dagli innumerevoli tentacoli e da cui è impossibile liberarsi dal momento che la stretta è talmente forte da risultare vano qualsiasi tentativo.
La legittimazione del governo di una città come la Capitale, dunque, potrebbe arrivare da una sempre più piccola porzione di elettorato che continua ad esercitare il proprio dovere/diritto.

Le elezioni, però, non si terranno a breve, Marino si taglierà – forse – nuovamente la barba e avrà tempo per cambiar cravatta; la gestione commissariale eseguirà ogni misura restrittiva possibile e ogni privatizzazione necessaria per far risultare Roma una città realmente Europea esternalizzando l’esternalizzabile e seppellendo la politica con la vanga che ha scavato la fossa a qualsiasi forma di vita culturale/associativa della città.
Nel frattempo: il Giubileo, le polemiche note, i disagi quotidiani, la povertà, le periferie, le borgate…
Eccetera, eccetera, eccetera, come avrebbe concluso Giorgio Gaber in una delle sue esibizioni.

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