Arrivo ad Acqui Terme che sono da poco passate le 15. E’ sabato, il cielo è grigio e il paese mi si offre in tutta la sua uggiosità. Ho appuntamento con un amico. È il giorno del premio Acqui Storia. E il mio amico, Pietrangelo, è uno dei premiati.

È sempre un piacere scoprire la provincia. Ha un dinamismo e una riservatezza unici rispetto alla città. E però Acqui è città di provincia che vuole somigliare alla città. In virtù della forza che le viene dal sottosuolo e che, storicamente, ha costituito la sua fortuna. Dai Romani fino al turismo salutista assistito dell’oggi. Acqui prova a somigliare alla città e lo fa nella maestosità degli alberghi. Come il Grand Hotel, ad esempio. Appena ci metti il piede dentro, però, scopri che si è imbolsito e incanutito come uno di quegli attori che, negli anni 80, imperversavano in quei film girati proprio dentro questo tipo di hotel in accappatoi che non vedevano l’ora di cadere davanti a bellissime bionde.
Ora le bionde, acciaccate e con la chioma bianca anche loro, non fanno altro che sbraitare contro il personale dell’albergo perché le stanze, ahimè, sono fredde. Ad Acqui, la bollente. Ecco.

Il premio Acqui Storia è dedicato ai reduci della divisione Acqui che si sacrificò nelle battaglie di Cefalonia e Corfù. E, in effetti, tra i premiati che andavano popolando il salone dell’albergo si notava, più che sintonia, cameratismo. Però, un conto è il cameratismo sottile, colto. Il cameratismo che affiora nell’acume che sa smorfiare il “romano corde” dentro allo stemma vescovile di Acqui la bollente. Altra cosa è fare del secondo nome del proprio figlio una decisione irrevocabile.

Era giorno di premiazione e il mio, di premio, fu quel tipo di dono che sa fare solo l’amicizia: figliare altra amicizia. Con Pietrangelo stava Paolo, suo amico. Che ora è amico, un poco, pure mio.
Quando Paolo è salito sul palco a ritirare il suo di premio, con il suo saper orchestrare la parola con i tempi della musica, ha creato la più suggestiva delle atmosfere. Ci ha preso tutti come eravamo, seduti in platea e in galleria, e ci ha portato fino nelle Venezie. In campagna, a sbirciare – spettatori assai privilegiati – quello scambio di amorosi sensi tra bimbi sfortunati e un certo numero di asinelli che, di natura, sono bestie assai virtuose. Paolo, che ha una sensibilità partenopea che discende diritto diritto da Mnemosine, ci ha messo a parte, con la delicatezza del pianoforte, di una scena meravigliosa. Quella di quando, uno a uno, questi bimbi, che si attorcigliano dentro se stessi, vengono condotti al centro del recinto dove stanno gli asinelli. Di come a un certo punto – ché non è facile fargli raggiungere il centro del recinto – quando questo accade, dal drappello degli asini che fino a quel momento se ne stavano tutti vicini, uno si stacca e si avvicina al bimbo. Già, ogni asinello si sceglie il suo paziente. Che è storia di amicizia pure questa. Perché, da quel momento in poi, l’asino aiuterà il suo piccolo amico assorbendone tutto quell’afflizione che gli pesa sul cuore e lo attorciglia tutto, appunto, dentro se stesso.
E siccome, poi, Paolo è sommo maestro, per spiegare dell’asino e dell’amicizia con il registro caro a Euterpe, ha evocato il Benedictus Missa di Beethoven, dove a un certo punto il violino, solo, non racconta di Gesù soltanto che entra a Gerusalemme, ma anche di quell’asinello, suo amico, che sarebbe stato l’ultimo in quei giorni a sostenerlo. Tant’é.

Dall’umanità dell’asino animale, alla bestialità dell’asino umano, a far da cemento al nostro triumvirato, fu la sparata del Sindaco di Acqui. Bollente senza termosifoni la cittadina, bollente senza neuroni la capa del primi cittadino. Il quale, dopo aver ascoltato i molti interventi dei premiati che di fronte alla questione delle questioni – quella relativa alle tensioni mediorientali – hanno tutti individuato nella maggiore conoscenza dell’altro l’unica via per evitare il male e il peggio, ha pensato bene di non farsi sorprendere accomodante con l’Islam e più che peggio, male ha brandito la Fallaci sparandola contro i troppo sofistici ospiti.
Ora, a chiudere, in ossequio a Paolo che sa trasfigurare ogni fatto con la lente di Totò, del Sindaco si potrebbe dire così: – Il funzionario civico municipale è un aggettivo qualificativo di genere funzionario, il funzionario fisiologicamente funziona con la metamorfosi della leptempsicosi, la fase del funzionamento muove la leva idraulica delle cellule che, agendo sull’arteriosclerosi del soggetto patologico, lo fa funzionare nell’esercizio delle proprie funzioni. Non ha capito che cosa vuol dire? Beh, nemmeno io – .

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