Vi spiego cosa è successo davvero all’ospedale di Kunduz. L’analisi del generale Tricarico

Vi spiego cosa è successo davvero all’ospedale di Kunduz. L’analisi del generale Tricarico

Quasi tutti i media che hanno riferito sulla strage dell’ospedale di Medici Senza Frontiere di Kunduz hanno usato i termini Nato e Usa come se fossero sinonimi.

Purtroppo non si tratta di sbadataggine. Lo scambio disinvolto dall’uno all’altro termine riflette le convinzioni istintive dell’opinione pubblica e di chi contribuisce a formarla, ma anche – questione molto più seria – degli ambienti istituzionali meno attenti.

Un esempio su tutti: quando il Prowler statunitense tranciò nel 1998 la funivia del Cermis causando 20 morti, all’equipaggio fu concesso di avvalersi dello status NATO e dei relativi privilegi, quando invece la loro condizione legale era quella di aviatori statunitensi di passaggio in Italia. In altre parole, il nostro paese avrebbe potuto rivendicare il diritto di processarli in un nostro tribunale. Quell’equipaggio infatti, pur di poter operare con le regole più semplici che si applicano all’interno della NATO, inserì il proprio volo, con l’inganno, nell’elenco dei voli giornalieri (quelli sì NATO!) del gruppo USAF dislocato permanentemente sulla base di Aviano. Inevitabile la confusione tra NATO e USA nel dibattito dopo la disgrazia.

Un altro equivoco è quello di chiamare sistematicamente “americane” o “Nato” alcune basi militari in Italia come basi, scambiando indifferentemente i termini. In realtà non esistono né le une né le altre, ma solo basi italiane su cui il nostro paese conserva la piena sovranità e che concede in uso a particolari condizioni stabilite con specifici accordi, sulla cui puntuale applicazione occorrerebbe piuttosto esercitare una più attenta vigilanza.

Per tornare a Kunduz, in attesa delle risposte del Pentagono che potrebbero spazzar via ogni dissertazione, comprese naturalmente le nostre, il volo killer dovrebbe essere stato effettuato nell’ambito della missione NATO Resolute Support, che è subentrata alla missione ISAF dopo il ritiro del grosso dei contingenti stranieri alla fine del 2015. In buona sostanza Resolute Support predede che la NATO svolga attività di formazione e supporto al neonato esercito afghano.

Se la missione di volo rientrava in una missione NATO, dovrebbe essere stata pianificata ed eseguita in accordo alle procedure ed ai meccanismi decisionali dell’Alleanza, che sono ispirati al rispetto di principi chiarissimi.

Il primo tra tutti è la salvaguardia della vita umana nella pianificazione delle missioni di bombardamento:  l’obiettivo deve essere ad una distanza opportuna dai centri abitati e l’armamento va scelto con criteri precauzionali in modo che la deflagrazione non faccia vittime innocenti. Quando non sussistono questi requisiti, non è ammesso l’uso di armamento non di precisione. Ogni insediamento temporaneo di carattere umanitario, quale appunto la struttura di MSF deve essere segnalato e registrato con cura e, proprio per evitare una situazione di scenario poco accurata, vanno mantenuti contatti costanti con i responsabili. Questo per la pianificazione delle missioni.

La decisione di intervento deve essere collegiale e possibilmente unanime, non certo unilaterale e pianificata in segrete stanze, ad evitare che paesi dal grilletto facile possano prevalere sulle valutazioni di altri alleati più cauti e garantisti.

È nel rispetto di questi criteri che è stato pianificato il volo su Kunduz lo scorso 3 ottobre? Gli alleati nella missione Resolute Support sono stati resi partecipi e corresponsabili? È a questi quesiti che va data risposta ed è su tutti i paesi Nato presenti nell’area che deve gravare l’onere dell’accaduto, anche se gli Stati Uniti affrontano lo sforzo maggiore di Resolute Support. Volenti o nolenti, questo è lo spirito della Nato.

Infine, la commissione di inchiesta. Anche qui è importante che vengano rispettate le norme NATO, che in buona sostanza prevedono che in ogni occasione in cui si verifichi un incidente che coinvolge più nazioni la commissione di inchiesta deve essere integrata da tutte le nazioni interessate, ad evitare conclusioni poco trasparenti confezionate su misura del (o dal) paese coinvolto.

Se tutti i dubbi saranno fugati con risposte convincenti, allora si potrà parlare di NATO. Altrimenti, signori giornalisti, per favore, non corresponsabilizzateci indebitamente e parlate nei commenti sulla tragedia di Kunduz parlate di USA. E basta.

ultima modifica: 2015-10-06T12:19:21+00:00 da Leonardo Tricarico

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