Banca Marche, Etruria, Ferrara e Chieti. Tutte le magagne istituzionali

Banca Marche, Etruria, Ferrara e Chieti. Tutte le magagne istituzionali
L'analisi dell'economista ed ex ministro Paolo Savona

La Commissione europea ha autorizzato l’operazione di salvataggio delle quattro banche italiane in crisi perché riducono “al minimo l’uso dei fondi pubblici e le distorsioni della concorrenza”. Il Governo ha deciso di varare un decreto legge che integra il quadro normativo affinché l’operazione potesse realizzarsi. Guido Carli era solito ripetere che i costi dei ritardi nel prendere decisioni superano di molto quelli del danno da riparare. Nel caso specifico, parte di questi ritardi nascono dall’incontro di due confusioni, la normativa italiana per la risoluzione delle crisi e il trattamento previsto dalla nuova direttiva europea, che il Commissario europeo Hill ha promesso di cambiare. In proposito gli avevo indirizzato una lettera aperta da queste stesse colonne ed egli mi ha fatto contattare dalla sua segreteria chiedendomi chiarimenti; in precedenza il Presidente della BCE Draghi mi fece dare precisazioni sul suo operato a seguito dei miei commenti. Sottolineo questi fatti perché da noi i titolari dei poteri non si sognano minimamente di accettare un dialogo anche su fatti molto importanti. Essi sanno ciò che devono fare perché, come suol dirsi, sono nati preparati.

La mia reazione alla notizia che la direttiva sarebbe stata emendata era dovuta alla troppa prossimità dell’annuncio rispetto al varo della decisione in materia e alla lunga discussione che l’aveva preceduta; ho quindi chiesto di conoscere chi, a Bruxelles come a Roma, era responsabile d’averla varata in modo così superficiale. Non credo riceverò risposta. Senza questi accertamenti la politica non migliorerà mai, perché resta in mano di chi ha fatto scelte sbagliate, che inevitabilmente opererà per difenderle, integrandole “d’urgenza”. Ovviamente non dispongo dei documenti richiestimi, non avendo l’abitudine di collezionare dossier, ma ho ben presente i contenuti delle obiezioni che ho sempre rivolto alla direttiva quando era ancora in fieri.

A suo tempo ho cercato inutilmente di convincere Tesoro e Banca d’Italia che il meccanismo non poteva funzionare, né quello allora vigente, né quello che andava delineandosi a Bruxelles. Le banche sono caricate di un peso potenzialmente imprevedibile; per quelle quotate in borsa, il fatto è ancora piu’ grave, perché non possono stabilire i fondi riserva da porre in bilancio. Potrebbero esserci gli estremi del falso in bilancio. Questo problema è stato avanzato da banche estere operanti in Italia ed è tuttora privo di risposta. Le mie obiezioni sull’attuale regime di protezione dei depositi riguardano: 1. la definizione di deposito garantito, avendo riscontrato abusi; 2) l’entità e le forme di copertura del rischio garantito; 3) l’esclusione del Fondo in sede di accertamento delle perdite, compito assegnato al commissario straordinario di nomina Banca d’Italia (non mi si vengano a dire che lo fà il Tesoro, solo perché firma); 4) la decisione della soluzione delle crisi è in mano alla Banca d’Italia; 5) i modi di costituzione delle riserve finanziarie per gli interventi e, soprattutto, quelli di loro ricostituzione dopo l’uso, un vero pozzo senza fine (il problema è ignorato anche nel decreto legge varato ier l’altro). Il meccanismo è oggi caratterizzato dalla dissociazione tra chi esercita il potere decisionale e chi sopporta la responsabilità finanziaria, incoerente con la logica dei contratti nel Codice Civile.

Il caso dell’intervento del Fondo tutela depositi nella banca Tercas presenta molti aspetti della problematica indicata. La proposta che il Commissario della banca in amministrazione straordinaria aveva inoltrato al Fondo priva di documentazione, consenziente la Vigilanza Banca d’Italia, era stata considerata irricevibile; questo giudizio è stato messo per iscritto, cosa che, per pavidità, in Italia non si fa mai, anche quando il problema è di vitale importanza per il buon funzionamento delle istituzioni. Quello era il momento di farlo. L’ABI, che oggi mostra preoccupazione per gli effetti della direttiva europea approvata “di corsa” dal Parlamento, ha le sue responsabilità per non essere stata capace di tenere a freno funzionari delle grandi banche inadeguati a valutare gli interessi generali del sistema bancario, distratti da piccoli particolari gestionali o mossi da interessi personali di vario tipo.

L’intervento deciso dalla Banca d’Italia con la collaborazione del Fondo, congiuntamente con le altre tre banche in scrisi, è stato inizialmente sommerso da una serie esagerata di obiezioni della Commissione, ora rientrate ma, scripta manent; tra esse ve ne sono alcune di quelle da me sollevate, meno una: che la Banca d’Italia, in qualità di organo vigilante della banche e di co-decisore delle politiche monetarie non può esercitare la funzione di organo per la soluzione delle crisi, perché queste possono essere il risultato congiunto di errori nell’espletamento di questa sua duplice funzione. Ovviamente deve essere presente come organo consultivo nel corso della procedura, perché dotato delle conoscenze necessarie. Se guida il gioco, come da noi è possibile e come la direttiva europea consente sorvolando sul grave problema del conflitto di interessi, deve metterci del suo o farsi dare dal Governo una quota delle perdite bancarie per ragioni di giustizia distributive e per salvaguardare la stabilità del sistema bancario, come accadeva in passato con la direttiva Ventriglia, che ha ben operato nella precedente grave crisi. In breve chi sbaglia paga e a farlo non debbono essere chiamati solo gli azionisti e gli obbligazionisti, ma tutti quelli che hanno concorso all’evento. La soluzione per un’equa ripartizione è quella degli Stati Uniti, ossia un Fondo tutela depositi su basi assicurative e premio stabilito sul rischio statisticamente calcolato; quando le perdite mettono in crisi il Fondo, segno che esse sono generate da cause straordinarie, deve intervenire lo Stato. In questo modo si supererebbe l’obiezione che il Sistema attuale è su basi mutualistiche proporzionali; non c’è cosa in Italia che non trascini il problema della solidarietà sociale, di qualsiasi cosa si parli, dalla spazzatura alle banche.

È pur vero che lo stesso rifiuto “in via preliminare” della Commissione di dare l’autorizzazione all’intervento era tutto centrato sul tema annoso degli aiuti di Stato, al quale si fa cenno nell’autorizzazione successiva e, quindi, la mia soluzione di copartecipazione alle perdite bancarie da parte delle autorità incapperebbe in queste obiezioni. Appunto perciò è necessaria una revisione della direttiva superficialmente varata e altrettanto superficialemente approvata dall’Italia per dare giusta collocazione alle responsabilità delle crisi. Nessuno forse ricorda che la prima stesura della direttiva precisava che lo scopo era quello di impedire che le crisi bancarie sistemiche (un’esagerazione che riuscimmo a far rientrare) si riversassero sui bilanci pubblici, e non fosse invece quello di proteggere i risparmiatori “sprovveduti”, ovviamente di informazioni, individuati pragmaticamente nei possessori di un deposito pari a un massimo di 100 mila euro; questo concetto si è perduto per strada, ma deve restare il punto centrale del Sistema di garanzia dei depositi, mentre oggi non lo è piu’. Anzi è stato introdotto il principio che gli “sprovveduti” – che ora lo divengono anche piu’ – possano essere chiamati a concorrere per coprire le perdite di una banca, qualora le altre passività non fossero sufficienti; questa soluzione è stata presa senza aver prima garantito un’informazione adeguata per toglierli dalla …. sprovvedutezza. Chi dovrebbe provvedere se non la Banca d’Italia a informare il depositante, soprattutto se volesse chiamarsi fuori dalle responsabilità? La decisione equivale a porre una potenziale tassa sui depositanti che essi non sono in condizione di conoscere a priori e, per la sola esistenza della possibilità di essere chiamati a versarla, viene violato il principio fondante della democrazia che non può esservi imposizione fiscale se chi la subisce non partecipa alla decisione. Il Parlamento e il Presidente della Repubblica hanno valutato questo aspetto?

Considero inutile che mi cimenti nella presentazione di un progetto sensato che corregga quanto fatto, perché in Italia interessa solo se un’idea provviene da chi ha potere politico ed economico per imporla, vivendo in un periodo in cui tutte le vacche sono nere (e si procede per tamponamenti). Ovviamente per cortesia farò avere al Commissario Hill le mie riflessioni, essendo il minimo che possa fare per la cortese attenzione mostrata ai miei richiami, e scuserà se avanzo in pubblico queste considerazioni, in quanto mosso da un dovere sociale che nessuno adempie.

ultima modifica: 2015-11-25T08:00:29+00:00 da Paolo Savona

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