L'analisi dell’Ammiraglio di Squadra Ferdinando Sanfelice di Monteforte, docente universitario di Storia delle Istituzioni Militari e di Strategia e presidente della commissione militare del Comitato Atlantico Italiano

Quando si cerca di approfondire il concetto “Sicurezza Nazionale”, ci si addentra in un territorio molto simile a quei labirinti con gli specchi, che sono un’attrazione per molti, di grandi e piccini, nei Luna Park. Le sfaccettature di questo concetto, infatti, sono numerose, quasi come gli specchi che ci impediscono di trovare la via d’uscita.
Per completare il percorso senza danni, bisogna quindi partire dall’inizio, dalla definizione di “Sicurezza”, intesa in senso generale, e nessuna supera quella, chiara ed esauriente, fornita dall’Enciclopedia Treccani: “La sicurezza è la condizione che rende e fa sentire di essere esente da pericoli, o che dà la possibilità di prevenire, eliminare o rendere meno gravi danni, rischi, difficoltà, evenienze spiacevoli, e simili”.
Questa definizione si presta bene all’analisi delle caratteristiche ricorrenti di questo concetto.

Le tre caratteristiche della sicurezza

Anzitutto, la Treccani, nella definizione di Sicurezza, usa i termini “rende e fa sentire”. Questo ci indica che stiamo trattando, al tempo stesso, di un obiettivo – quindi qualcosa di concreto – e di un “sentimento forte”, (nel nostro caso collettivo), e quindi appartenente di diritto alla sfera politica.
Bisogna però comprendere che i sentimenti, specie quelli forti, possono non avere alcun riscontro con la realtà. Questo è ben noto ai politici, i più bravi dei quali sono in grado di sfruttarli a loro vantaggio, ma è anche vero il contrario, perché spesso l’opinione pubblica, con le sue percezioni collettive, condiziona la classe politica, limitandone la libertà d’azione. Diceva infatti, pochi anni fa, un nostro saggio studioso, “l’opinione pubblica influisce sulla razionalità politica e strategica”.
L’esempio classico di questo caso di “influenza rovesciata” ci è dato da un episodio della guerra ispano-americana del 1898. Si racconta, a tal proposito, che, quando giunse a Washington la notizia che la squadriglia di soli quattro scassati incrociatori spagnoli era salpata verso le Americhe, la popolazione della “costa cadde in una situazione di panico irragionevole, e lottò per avere piccole squadriglie di navi disseminate ovunque, in accordo con la teoria della difesa, (che è) sempre favorita dallo stupido terrore”.
Il risultato fu che il Dipartimento della Marina americana dovette trovare un compromesso, trattenendo in acque nazionali le navi della Squadriglia Volante, separandola così dal grosso della flotta USA. Dato che, all’epoca, questa era ben lontana dall’essere preponderante, rispetto al pur modesto avversario spagnolo, una tale divisione di forze privò il contingente dell’esercito americano, sbarcato a Cuba, di una protezione adeguata.
Fortunatamente per il governo americano, il povero Ammiraglio spagnolo, Pascual Cervera y Topete, non pensava minimamente a colpire la costa americana, ma si trascinò, con le sue zoppicanti navi, verso Cuba, per poi rinchiudersi nel porto di Santiago. I soldati americani, quindi, poterono continuare la loro azione senza rischi di essere tagliati fuori dalla Madrepatria.
Anche oggi, quando pensiamo alle possibili minacce poste da alcune frange della “Galassia Islamica”, dobbiamo sempre cercare di discernere, prima di tutto, quanto queste siano reali e immanenti, e quanta parte di immaginario esse invece contengano.
La seconda caratteristica della “Sicurezza” è l’espansione strisciante del concetto: meglio si sta e maggiori sono le esigenze di sicurezza che abbiamo. Pensate ai ricchi, le cui esigenze di sicurezza sono maggiori di chi è invece povero, dovendo proteggere non solo la loro esistenza, ma anche il loro status di benestanti.
Questo fenomeno può essere definito come la “spiralizzazione della sicurezza” e presenta un rischio grave: quando si cerca di proteggere troppe cose, si finisce per non proteggerne alcuna in modo efficace.
Non a caso, la seconda parte della definizione della Treccani parla di “eliminare o rendere meno gravi danni, rischi, difficoltà, evenienze spiacevoli, e simili”. Non tutto quello che ci spaventa è una minaccia alla nostra sopravvivenza nazionale, e molto invece ci procura noie, fastidi, ci danneggia o ci mette semplicemente in difficoltà.
Il lavoro principale dei Paesi che “stanno bene” e che temono di perdere la loro condizione di privilegio, come accade all’Occidente, deve quindi essere una fredda, razionale discriminazione tra le minacce o i rischi esistenti, in modo da concentrarsi su quelle imminenti e più gravi, da “eliminare”, tralasciando le altre, o dedicandovi il minimo di risorse necessario, per “renderle meno gravi”.
Se questo è un fenomeno relativamente nuovo per noi, non lo è per altri. A tale proposito, è utile citare il leader sovietico, Krushev, che disse: “ho visto come vivono gli schiavi del capitalismo, vivono piuttosto bene. Anche gli schiavi del comunismo vivono piuttosto bene, e dunque lasciamo che vivano come meglio loro piace”.
Questa frase, un esempio illuminante di saggia scelta delle priorità di sicurezza, indicava quello che tutti noi scoprimmo anni dopo, cioè che la Guerra Fredda era una competizione, non il prodromo a una lotta senza quartiere, e che era interesse delle due parti – Stati Uniti e Unione Sovietica – allentare la tensione, quando questa raggiungeva un livello pericoloso, come fece appunto KRUSHEV, in quella occasione.
La terza caratteristica di questo concetto, è nota come “il dilemma della sicurezza”, un vero e proprio paradosso. Come notava, infatti, uno studioso italiano, “l’aumento della sicurezza di uno Stato si traduce inevitabilmente in un aumento dell’insicurezza per gli altri (Paesi). Questi ultimi, quindi, sono portati a reagire, innescando una corsa al riarmo che è destabilizzante e fa diminuire la sicurezza di tutti”.
È una situazione simile a quella del proprietario di una villa, che per proteggerla – e tutelare sé stesso – dai rapinatori, mette in giardino i cani mastini. Questi animali, talvolta, saltano la recinzione e vanno a mordere i passanti, procurando morte e ferite tra gente incolpevole. L’irritazione della Russia, quando gli Stati Uniti pensarono di installare missili antimissili in Europa, è un esempio recente di questo aspetto.
In definitiva, il termine “Sicurezza” va utilizzato con molta prudenza, e ogni Nazione deve fare i conti con la realtà che la circonda, per capire come questo concetto si applichi a lei. Il caso dell’Italia è sintomatico, e merita la Vostra attenzione.

L’Italia e la Sicurezza Nazionale

Innanzi tutto, bisogna ricordare che, anche se oggi si parla meno di “Difesa” e più di “Sicurezza”, chi è cresciuto, come me, durante la Guerra Fredda, si era abituato a considerare tale concetto semplicemente come il prodotto di una “Difesa credibile”. Naturalmente, questa “mescolanza concettuale” è stata spesso alimentata dalla nostra storia, che ci ha visto, fino a pochi decenni fa, più spesso impegnati a difenderci che non a dover prendere iniziative per tutelare la nostra sicurezza.
Per secoli il nostro Paese è stato infatti il campo di battaglia delle principali Potenze europee, oltre che la vittima delle incursioni provenienti dal mare, perpetrate sia dall’Impero Ottomano sia dai suoi alleati Nord Africani.
La nostra attenzione verso la fin troppo ricorrente necessità di difenderci, e la conseguente esperienza che ne è derivata, ha influenzato profondamente il nostro popolo, oltre a incidere sulla struttura delle nostre Forze Armate e a determinarne ancor oggi le capacità primarie.
Questo fenomeno trova un riscontro in quanto detto, già nel XIX secolo, da uno studioso, che disse: “ogni esercito ha delle attitudini particolari che sono il prodotto delle sue qualità nazionali, delle sue tradizioni, della sua educazione, delle sue abitudini. Se obbligato ad allontanarsi dalla sua specialità, esso perde normalmente tutto il suo valore”.
Di conseguenza, dobbiamo sempre ricordare che la difensiva è il nostro modo di agire preferito, e quindi dobbiamo imparare, col tempo, a padroneggiare il concetto di sicurezza, se vogliamo che le nostre possibili azioni future non ci portino ad un insuccesso.
Ma tanti secoli di sofferenze hanno portato il nostro popolo a desiderare non solo la pace e la sicurezza, ma soprattutto la quiete: in questo, siamo simili ai nostri antenati che si rifugiarono in gran numero nei villaggi posti sulla sommità delle montagne all’interno della Penisola, per sottrarsi alle scorrerie barbaresche e alle spoliazioni degli Eserciti stranieri.
Detto questo, è tempo di parlare del concetto di “Sicurezza Nazionale”, com’è inteso da noi, in Italia. Visto che la nostra legislazione non include una sua definizione ufficiale, è necessario far ricorso a quella, ufficiosa ma autorevole, riportata nel “Glossario dell’Intelligence”.
Secondo tale definizione, essa è “la condizione in cui ad un Paese risultino garantite piene possibilità di sviluppo pacifico attraverso la salvaguardia dell’intangibilità delle sue componenti costitutive, dei suoi valori e della sua capacità di perseguire i propri interessi fondamentali a cospetto di fenomeni, condotte ed eventi lesivi o potenzialmente tali. È un bene costituzionale che gode di tutela prioritaria. A tale dimensione “oggettiva” del concetto di sicurezza nazionale ne viene spesso affiancata una “soggettiva”, che indica la percezione, da parte dei cittadini, della capacità dello Stato di tutelare se stesso, la propria popolazione ed i propri interessi impiegando gli strumenti del potere nazionale (politici, economici, diplomatici, militari, informativi, etc.). Comunque si intenda definirla, la nozione di sicurezza nazionale – e quella, connessa, di interesse nazionale – mantiene in ogni caso una forte caratterizzazione dinamica, risultando legata tanto al grado di maturità del Paese cui si riferisce quanto al contesto storico: ne costituisce esempio la rilevanza strategica assunta dai concetti di sicurezza economico-finanziaria e di sicurezza ambientale.
Un’elencazione meramente indicativa degli elementi che rientrano nell’ambito della sicurezza nazionale – e sono come tali, oggetto di tutela ad opera del Sistema di informazione per la Sicurezza della Repubblica – deve senz’altro includere l’indipendenza, l’integrità e la sovranità della Repubblica, la comunità di cui essa è espressione, le istituzioni democratiche poste dalla Costituzione a suo fondamento, la personalità internazionale dello Stato, le libertà fondamentali ed i diritti dei cittadini costituzionalmente garantiti nonché gli interessi politici, militari, economici, scientifici ed industriali dell’Italia”.
Da questo passo, che si può considerare più una spiegazione dettagliata che non una concisa definizione, possiamo vedere quanto tale concetto sia sfaccettato, e includa un lungo elenco di aspetti da proteggere, la cui tutela assoluta non è realisticamente perseguibile. Si noti pure quanto essa rifletta, direttamente o indirettamente, le aspirazioni collettive del nostro popolo alla pace e alla sicurezza.
Purtroppo, la principale causa della nostra insicurezza è un fattore che non possiamo eludere, anche volendo.

Il Convitato di Pietra della nostra sicurezza

Quando in Italia si parla di sicurezza nazionale, non si può trascurare il “convitato di pietra” che l’ha sempre influenzata. La nostra geografia, infatti, è talvolta stata per il nostro popolo una benedizione, ma più spesso ci ha procurato grossi guai. Non a caso, il recente “Libro Bianco” sulla Difesa e Sicurezza, oltre a concentrare l’attenzione sulla “difesa degli interessi vitali”, accenna, sia pure brevemente, alla presenza, per l’Italia di “alcune sensibilità generate dalla sempre crescente interazione e interdipendenza con il resto del mondo, a causa della sua posizione geografica e della dipendenza dall’estero in termini di approvvigionamento di risorse”. Vediamo di analizzare, una alla volta, gli aspetti geografici che ci condizionano.
Uno studioso francese, dopo aver notato che il termine “Geo-strategia” era stato introdotto dal Generale italiano Giacomo Durando, nel 1846, osservò che “gli Italiani si sentivano sfavoriti dalla geografia, che limitava le loro possibilità di espansione. Essi erano quindi più sensibili alla componente geografica della strategia, rispetto agli autori anglo-sassoni o francesi”.
La collocazione della nostra penisola, dividendo in due il Mar Mediterraneo, ci consentirebbe, se ne avessimo le capacità, di controllarne i transiti non solo militarmente, ma anche, e soprattutto, economicamente, facendo del nostro Paese una tappa obbligata, e conveniente, dei traffici marittimi tra l’Est e l’Ovest del bacino mediterraneo.
Questo “vantaggio di posizione” ci ha consentito, nel 1949, l’ingresso nella Nato fin dall’inizio, malgrado fossimo una Nazione ex nemica degli anglo-americani e fa oggi di Gioia Tauro uno degli scali marittimi più importanti del Mediterraneo.
L’altro nostro vantaggio potenziale è legato al fatto che noi siamo anche lo sbocco marittimo dell’Europa Centrale, la cui economia dipende dalla possibilità, per le navi mercantili, di collegare l’Adriatico settentrionale con le linee principali del traffico marittimo internazionale, attraverso il Canale d’Otranto. Le attenzioni della Nato, che dislocò le sue forze navali sia nel 1993, sia nel 1999, in quel braccio di mare, durante le due recenti crisi nei Balcani, lo hanno confermato.
Qui però finiscono i vantaggi legati alla geografia, perché, purtroppo, la nostra penisola è un ponte gettato, al tempo stesso, verso l’Africa e verso l’Albania. Non bisogna infatti mai dimenticare che i ponti sono per lo più a doppio senso di circolazione. Quando non pratichiamo una politica espansiva in queste due direzioni, siamo vulnerabili alle iniziative altrui. L’arma dell’immigrazione di massa, ad esempio, è stata usata di frequente, negli ultimi trent’anni, per metterci sotto pressione, proprio da queste due direttrici.
L’Italia, poi, è “rinchiusa” nel Mediterraneo. Questo, per un Paese privo di adeguate risorse minerali, alimentari ed energetiche, e quindi dipendente dal commercio marittimo per sostenere il nostro sviluppo, è una grave vulnerabilità, visto che la maggioranza di queste risorse essenziali per noi, dai combustibili al grano, viene da continenti lontani e comunque, per così dire, da “oltre gli Stretti”. Chi controlla, infatti, Gibilterra e i Dardanelli, per non parlare di Suez, può bloccare i nostri commerci quando vuole, e un’azione avversaria in qualsiasi punto delle rotte di commercio, anche lontano dalle nostre coste, può ottenere lo stesso risultato.
Da sempre, quindi, il traffico marittimo intercontinentale ha costituito la nostra linfa vitale. Dato che queste lunghe e tortuose “autostrade del commercio”, le linee di traffico marittimo, che ci portano le materie prime e le derrate alimentari, possono essere interrotte in qualsiasi punto, e visto che ogni embargo economico può essere praticato da un avversario rimanendo al di fuori del nostro raggio di reazione, possiamo trovarci in enormi difficoltà.
Non solo il blocco del petrolio ci ha messo in crisi, nel 1972: anche la Gran Bretagna utilizzò l’arma economica contro di noi, nel 1915, nel 1936 e infine nel 1940, privandoci del carbone, all’epoca essenziale per la nostra produzione industriale, per i trasporti e per lo stesso riscaldamento delle nostre case.
La recente ripresa della pirateria al largo della Somalia, che negli ultimi anni ha fatto lievitare i prezzi di tutte le materie prime e delle derrate alimentari, ha mostrato, più di recente, quanto vulnerabile sia la nostra economia.
La nostra dipendenza dai traffici marittimi intercontinentali fu, tra l’altro, alla base delle nostre decisioni strategiche nel 1914. Come osservò il nostro Presidente del Consiglio dell’epoca, Antonio Salandra, “a noi era impossibile partecipare a una guerra contro Francia ed Inghilterra alleate: non l’estensione delle nostre coste indifese e delle nostre grandi città esposte; non il bisogno assoluto di rifornimenti per via di mare di cose essenziali all’economia nazionale e alla vita stessa: grano e carbone soprattutto”.
La dimostrazione di quanto saggio fosse il nostro atteggiamento, all’epoca dell’attentato di Sarajevo, si ebbe ventisei anni dopo, nel 1940: entrando il guerra contro le Potenze marittime, noi fummo privati appunto dei rifornimenti e delle materie prime di cui la nostra popolazione e la nostra industria avevano bisogno. Fu quindi un miracolo che il nostro Paese sia riuscito a resistere per ben tre anni, in questa situazione!
L’altro problema di Sicurezza Nazionale che abbiamo sempre avuto è quello dell’inadeguatezza del nostro peso nelle relazioni internazionali, a causa della nostra limitata dimensione complessiva, a fronte di quello delle principali Potenze.
Non dimentichiamo che uno dei motivi principali della nostra unificazione, che fu chiamata, non a caso, “il Risorgimento”, era quello di sottrarci allo stato di servitù nel quale la nostra penisola si trovava, spezzettata in tante unità statuali, costrette a cedere sempre alle pressioni e a subire il dominio straniero.
Ma, una volta compiuto questo lungo e faticoso processo, i nostri governanti scoprirono che, malgrado avessimo unito le varie entità della penisola in un unico Stato, l’Italia così formata non aveva ancora la “massa critica” per influenzare a proprio favore gli eventi nelle zone di suo interesse, e l’invasione francese della Tunisia, nel 1881, lo confermò.
La decisione che prese corpo, allora, fu quella di garantire la sicurezza nazionale attraverso una “Strategia del peso decisivo”. L’idea era quella di unirsi a uno dei due blocchi di Potenze che si stava già delineando in Europa, in modo da aumentarne, in modo auspicabilmente decisivo, l’influenza. Prima, quindi, aderimmo alla Triplice Alleanza, con gli Imperi Centrali e poi ci unimmo all’Intesa, per tutelare la nostra sopravvivenza.
Questa politica ebbe il suo culmine durante il regime fascista, con esiti disastrosi: un nostro autorevole studioso osservò, a tal proposito,: “il primo problema dell’Italia fascista non (era) la relativa impreparazione delle Forze Armate, quanto la divaricazione che si era creata tra le loro capacità e gli obiettivi di politica estera di Benito Mussolini”. Inevitabilmente, la resa dei conti fu molto amara per noi, e nel 1946 la neonata Repubblica italiana dovette scegliere una strategia meno ambiziosa, che si potrebbe definire una “Strategia Partecipativa”.
Memori della valutazione di Salandra, infatti, ci siamo uniti all’Occidente, entrando nella NATO (nel 1949) e successivamente nell’Onu (nel 1955). Soprattutto, abbiamo sostenuto l’idea di una Unione dell’Europa, tanto che fummo premiati dalla scelta di Roma come sede per la firma, nel 1957, del Trattato sulla Comunità Economica Europea e di quello EURATOM.
Queste scelte ci hanno consentito, nei decenni successivi, di dedicare risorse preziose allo sviluppo economico, risparmiando sulle spese della preparazione militare, visto che la nostra sicurezza era garantita dalle alleanze. Naturalmente, avendo fornito un contributo limitato agli sforzi collettivi, abbiamo dovuto essere un “membro fedele”, pronto a sacrificare i nostri interessi sull’altare del bene collettivo.
Basti pensare, a tal proposito, che due nostri governi, profondamente diversi tra loro, quello D’Alema e quello Berlusconi, hanno ambedue fornito basi aeree per bombardare Nazioni a noi legate da stretti rapporti commerciali, quali la Serbia nel 1999 e la Libia nel 2011. Le pressioni che vengono esercitate su di noi, per un nostro maggiore coinvolgimento nella crisi siriana, dimostrano quanto poco spazio di manovra abbiamo, nel perseguire la nostra strategia di sicurezza nazionale.
Il terzo aspetto è costituito dalle caratteristiche del popolo italiano, intelligente, creativo e capace sia di prodigi individuali, sia di sacrifici notevoli. Quando si crea un consenso generale, noi siamo in grado, addirittura, di compiere opere senza pari, quale il nostro sviluppo economico, negli ultimi 60 anni.
Ma siamo, troppo spesso, disuniti e litigiosi, e questo facilita le Potenze straniere nell’imporci la loro volontà, sfruttando quelle frange di dissenso che trovano vicine ai loro interessi. Non è un fenomeno degli ultimi anni: un secolo e mezzo fa, Goffredo Mameli, ben consapevole di questa nostra debolezza, mise nella seconda strofa della “Canzone degli Italiani”, oggi il nostro inno nazionale, due rime indicative:
“Noi siamo da secoli calpesti e derisi Perché non siam popolo, perché siam divisi”.

Dobbiamo quindi essere consapevoli di questa nostra vulnerabilità, in ogni contesto internazionale.
L’altro nostro difetto è costituito dall’eccesso di autostima collettiva, che è il prodotto negativo delle nostre capacità, quando le mettiamo a frutto. Vogliamo sempre troppo, e ci ritroviamo puntualmente delusi dal mancato riconoscimento di ciò che consideriamo un nostro diritto acquisito.
L’esempio classico ci è dato dalle nostre richieste, formulate dal Ministro Sonnino, nel 1915, durante il negoziato con l’Intesa, che ci portò al Patto di Londra. Avendo ricevuto l’elenco delle nostre rivendicazioni, il nostro Ambasciatore a Londra, Imperiali, aveva puntato il dito sulle “accresciute presenti nostre domande in paragone di quelle formulate nelle conversazioni anteriori”. La risposta di Sonnino fu secca: “ per ragioni indicate conviene insistere su domande aumentate”.
Il risultato fu che, pur di coinvolgerci nella guerra, l’Intesa ci ingannò, promettendoci quello che sapeva di non poter mantenere. La resa dei conti, a Versailles, nel 1919, fu amara, e il mito della “Vittoria Mutilata” non è altro che l’esempio di quanto noi abbiamo, talvolta, come si dice di solito, “gli occhi più grandi dello stomaco”.

Le costanti della nostra strategia di sicurezza

Da questo sommario resoconto, si possono ricavare le costanti della nostra strategia di sicurezza. Anzitutto, vi è il “divario tra le ambizioni derivanti dal rango internazionale, cioè dalla collocazione formale tra le grandi Potenze europee, e il peso geopolitico effettivo, limitato dalla scarsità di risorse economiche e di capacità militari”. Quando il gioco si fa duro, dobbiamo sempre venire a patti con i nostri amici più forti, anche se abbiamo sempre cercato un ruolo significativo, all’interno delle nostre alleanze, con la nostra “sistematica ricerca di mediazioni fra i confliggenti progetti altrui”.
Viene poi il nostro tentativo di “bilanciamento tra l’Est (o meglio il Nord-Est) e l’Ovest, cioè tra la Germania e la Francia, anche se non sono da trascurare le dimensioni Nord-Sud, fra le attrazioni continentali e quelle mediterranee. Troppo debole per garantire la propria sicurezza in modo autonomo, lungo entrambe le direzioni, l’Italia ha avuto sempre bisogno di alleati, sia sul continente, sia nel Mediterraneo”.
La terza costante è la necessità di allearsi a una Potenza maggiore. Finora, abbiamo cercato di svolgere, per oltre un secolo e mezzo, “il ruolo di brilliant second della Potenza egemone” e non solo nel Mediterraneo, ma, specie negli ultimi decenni, l’Italia è stata costretta ad attenuare “la propria diversità e individualità, adottando una politica di minor profilo ma anche di minor impegno e rischio”. Di fronte a giganti, quali gli Stati Uniti, la Cina, la Russia e l’India, noi saremo sempre soccombenti, se isolati, e dobbiamo quindi rifugiarci sotto la protezione altrui.
Diceva un diplomatico polacco, alla Nato, che il suo Paese è come un topo che dorme tra due elefanti (la Germania e la Russia) e questo è vero, in un certo senso, anche per noi. Per questo dobbiamo trovarci degli sponsor, visto che non possiamo garantirci la sicurezza nazionale da soli. Al massimo, possiamo agire da ponte, per attenuare le tensioni internazionali, e questo ruolo è diventato la nostra specialità, un modo per attenuare le tensioni internazionali e la migliore garanzia per continuare nella nostra situazione di relativo benessere.
Se questo basterà in un mondo che, intorno a noi, è sempre più sconvolto da lotte senza quartiere, di una ferocia che sembrava ormai un retaggio del passato, è tutto da vedere! Dietro al concetto di “Sicurezza”, quindi, sta spuntando di nuovo il termine “Difesa”, come nel passato.

Conclusioni

In definitiva, il popolo italiano, che per secoli ha subito invasioni, stragi e scorrerie, è stato sotto il dominio straniero, e si è sempre dovuto barcamenare tra Potenze che volevano imporci il proprio volere, ha come fine ultimo, inespresso, la quiete, non solo la pace e la sicurezza.
Questa aspirazione, anche se ci porta talvolta a comportamenti simili a quello del carducciano “asin bigio (che) rosicchiando un cardo rosso e turchino non si scomodò” è pienamente legittima, visto che il nostro popolo ha pieno diritto a godere del pur relativo benessere attuale, ancora per molti anni, dopo secoli di infinite sofferenze. Il problema è che un tale atteggiamento, spesso, finisce per essere controproducente: non ci si può estraniare da ciò che accade attorno a noi, altrimenti ci ritroviamo a dover reagire all’ultimo momento, e a farlo in modo affrettato e poco efficace.
Ma, come diceva Julien Freund, “nessuno è così ingenuo da credere che un Paese non avrà nemici solo perché non ne vuole avere”. Dobbiamo attenderci atti ostili, dispetti, ricatti, pressioni dagli altri, che vedono in noi un potenziale ostacolo ai loro progetti. I Romani dicevano “si vis pacem para bellum” e il mondo che ci circonda ci ricorda che la nostra sicurezza comprende ancora, anche se non più da solo, l’importanza di possedere capacità militari, non solo per le cosiddette “operazioni di pace”.
Essere un piccolo Paese è difficile, specie in un momento, qual è quello attuale, in cui, anche se, per ora, le contese che ci coinvolgono direttamente sono relativamente ridotte, è necessario capire che ormai viviamo in un mondo di amicizie limitate! Dice un nostro proverbio: “Dagli amici mi guardi Iddio” e questo non è mai stato vero come ai nostri giorni, per l’Italia!
Dobbiamo quindi imparare a difenderci dagli amici, all’interno delle alleanze e delle istituzioni internazionali cui partecipiamo, in modo flessibile, non potendo inimicarci tutti coloro che ci proteggono, ma essendo obbligati a ridurre le conseguenze negative delle iniziative altrui, per sopravvivere.
Per questo, nella definizione di “Sicurezza Nazionale”, il lungo elenco degli aspetti da tutelare ne include non pochi che possono essere messi a repentaglio dai nostri amici, anziché dai nostri avversari. Non potendo rompere i rapporti con tutti, sarà necessario selezionare, volta per volta, gli aspetti da salvaguardare a ogni costo, rispetto a quelli sui quali potremo, e dovremo cedere.
Ma il concetto di “Sicurezza Nazionale”, proprio perché abbraccia campi diversi, richiedere azioni coordinate e sinergiche, a livello di vertice governativo. Solo il Consiglio dei Ministri, praticando una “Grande Strategia” che rientri nei limiti delle nostre possibilità, ci potrà evitare di cadere vittime della “spirale della sicurezza”, una situazione che non ci possiamo permettere.

Discorso tenuto all’Università di Trieste il 28 ottobre 2015 in occasione dell’incontro “Intelligence live”, tappa numero 21 del roadshow nazionale del Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica

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