La notte della destra italiana conosce la sua ora più buia. Priva di una rappresentanza politica degna di questo nome, subalterna alle posizioni securitarie, intenta a cercare posizioni di distinguo e di vantaggio nella dissoluzione della galassia berlusconiana, sembra rassegnata ad assistere, alle prossime elezioni politiche, ad un ballottaggio che la escluda in radice. Si è già consumata la sua damnatio nominis: quella che fu la destra nazionale italiana è smembrata anche nelle sue parole fondanti, tra una caricatura di partito come il Nuovo Centro Destra e l’ancora non nato partito della nazione di marca renziana. Su questo piano inclinato diventa non solo ragionevole, ma ovvio quanto fino a pochi anni fa sarebbe stato inconcepibile: che le sorti d’Italia siano contese fra il riformismo moderato incarnato da Renzi e il radicalismo confuso di un movimento-sintomo come i Cinquestelle. Da dove si comincia per ripartire. Mi verrebbe da dire “dalla rottamazione”. È un termine blando, un eufemismo. Si tratta solo di prendere atto della consunzione di una classe dirigente la cui marginalità e inconsistenza è ormai plateale. Non c’è nemmeno da attribuire particolari demeriti o attenuanti; al netto delle diverse mozioni degli affetti, delle simpatie e delle biografie, dei felloni e di coloro a cui mancò la fortune e non il valore, non c’è alcun esponente dell’attuale classe dirigente dei partiti, gruppi e gruppetti originati dalla diaspora di Alleanza Nazionale che sia credibile o utilizzabile. La politica può conoscere momenti in cui bisogna custodire le ragioni contro la marea montante del torto; ma difendere una posizione di marginalità e di acerrima resistenza al seguito di Giorgio Almirante è un conto; farlo per uno qualunque di costoro è un esercizio a metà fra masochismo e umorismo macabro. Sbaglieremmo, però, se ritenessimo che l’affrancamento dai detriti e dalle macerie lasciato da questa classe dirigente sia una condizione, oltre che necessaria, sufficiente. Non è che la premessa di un generale ripensamento concettuale delle nostre categorie di intervento e di azione politica. Non per catarsi, ma per ritrovata capacità di intercettare il reale. Questo perché, mentre la rappresentanza politica della destra italiana si inabissa nei suoi gorghi di incompetenza e nelle sue brodaglie di livori, il mondo fa registrare una crescente voglia di destra: sbiadite le grandi narrazioni della sinistra, è divenuta opaca anche la forza propulsiva del liberismo capitalista. L’idea che tutto sia determinato dalle dinamiche economiche, che ha celebrato il proprio fulgore massimo con la Grande Globalizzazione, è ormai dietro le nostre spalle. I valori, lo spirito, il senso etico della realtà che appartengono a qualsiasi destra degna di questo nome; e la critica della modernità e delle sue magnifiche sorti e progressive non è più passatempo per circoli evoliani e consimili tristezze, ma risuona nella migliore saggistica planetaria, oltre che nelle encicliche di Papa Francesco. L’idea non di una negazione della comune Patria europea, ma di una sua declinazione politica, sociale e democratica, non solo bancaria e finanziaria, è ormai egemone nella riflessione matura degli europeisti del continente. Noi dobbiamo rafforzarla e ravvivarla, senza sterili e nefaste scorciatoie euroscettiche. Anche rispetto alle riforme di Renzi, spesso sghembe o controproducenti, dobbiamo avere la forza e la capacità di contrapporre non uno stupido conservatorismo, ma una contesa ad armi ripari, che ne incalzi le contraddizioni e le incompiute. Non si tratta di difendere l’anacronistico ius sanguinis rispetto allo ius soli temperato, che è una proposta di buonsenso. Si tratta di declinare la cittadinanza in un modo diverso da una vidimazione burocratica, di farla densa di contenuti, di identità, di appartenenze. Allo stesso modo non si tratta di contestare la riforma della scuola, magari abbarbicandosi alle superstizioni sul gender: si tratta di denunciare l’evidenza che si tratti, al più, di una riforma dell’organizzazione scolastica, priva di qualsiasi seria risposta (e –ahimé- persino di qualsiasi seria domanda) sul perché della scuola, sui suoi contenuti culturali, pedagogici, formativi. Sullo sfondo della grande battaglia sul merito, in cui la sacrosanta battaglia contro l’oppressione e la vessazione fiscale non corrisponda ad una sorta di passiva rassegnazione rispetto alla fisica dei rapporti di forza economici, ma finanzi un autentico ascensore sociale. Questa destra sociale e solidale, cristiana senza oltranzismi e patriottica senza sciovinismi, ha molti voti inconsapevoli, molti consensi inespressi. Mandiamo a casa senza se e senza ma i reduci, rivelatisi infedeli custodi del patrimonio lasciatoci dai nostri maggiori, ed imbocchiamo con forza nuove strade, senza farci spaventare dalle difficoltà e dai pesi del presente. Si sa, in fondo, come l’ora più buia sia quella che precede l’alba.

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