ca_vaina_mercatinio_libri_cavainaDelle email ricevute a commento dell’ultima Rubrica dedicata alla “Opzione Benedetto” diverse mi invitano a scendere dall’analisi culturale al campo pratico: come promuovere, nel quotidiano, attività intrinsecamente foriere di virtù, laiche e cristiane, per riedificare architetture e ideali nella nostra società, soffocata dalla ideologia della sovranità del mercato? Qui proverò ad approfondire il tema con due esempi concreti.

A settembre è esploso il caso della FAAC, che ha trasferito l’attività in Bulgaria chiudendo lo stabilimento del Bergamasco. Si tratta di una società della Curia di Bologna, la cui gestione è stata affidata ad un Trust professionale. L’Arcivescovo aveva richiesto al management di ispirarsi ai principi dell’impresa sociale contenuti nella “Caritas in veritate”. Gli amministratori hanno, tuttavia, ritenuto di procedere con la delocalizzazione nell’Est Europa per abbattere i costi. Si tratta di una scelta che può essere comprensibile in una società che, avendo uno scopo lucrativo, deve organizzare la propria attività in funzione della redditività dell’investimento dei soci.

Ciò detto, il caso FAAC è emblematico perché rende evidente la ragione per la quale “pensare l’Opzione Benedetto significa avere l’impietosa onestà di prendere una decisione di sistema circa la validità dei fondamentali della dottrina sociale”.

Ora, le critiche rivolte alla Curia sono alquanto demagogiche. Anche l’impresa capitalistica, ossia funzionale al lucro, può essere uno strumento per operare del bene. L’azienda ha chiuso l’ultimo anno con 330 milioni di ricavi (FattoQuotidiano 6.5.2015): naturalmente questi ricavi (o parte) saranno distribuiti ai soci, ossia alla Curia di Bologna che, così, potrà utilizzarli nella propria missione pastorale. In questi termini, la chiusura dello stabilimento bergamasco ha sì comportato il sacrifico dei lavoratori ma non è stato un pegno a Mammona: meno costi significa più utili con cui promuovere le opere della Curia.

Quello appena descritto è il classico modello di capitalismo di stampo anglosassone, nel quale l’impresa è uno strumento al servizio dell’investitore che considera i lavoratori, l’ambiente e, più in generale, il sistema nel quale opera essenzialmente come delle risorse da utilizzare (nel rispetto delle norme) per produrre ricchezza. Saranno, poi, le attività filantropiche dei soci a farsi eventualmente carico delle conseguenze che ne possono derivare: disoccupazione, cementificazione del territorio, depauperamento del tessuto socio-economico.

A questo modello, oggi dominante, si oppone quello dell’Economia civile che vede, invece, nell’impresa un progetto nell’ambito del quale trovano certamente evidenza gli interessi degli investitori, ma anche quelli dei lavoratori, dei fornitori e delle comunità coinvolte. L’adozione di tale modello imprenditoriale avrebbe comportato l’esigenza di contemperare il perseguimento di ritorni economici con la salvaguardia – nei limiti concessi dall’efficienza – dello stabilimento bergamasco e, con esso, delle comunità del territorio.

Ecco perché l’Opzione Benedetto richiede una decisione di sistema circa la validità dei fondamenti della Dottrina sociale non più rinviabile.

Le opere di bene possono essere perseguite sia utilizzando gli utili dell’impresa capitalistica sia attraverso la stessa gestione di impresa, quale strumento economico per la promozione del tessuto sociale nel quale opera. Le due opzioni sono egualmente funzionali al bene, ma si differenziano radicalmente: infatti solo il modello di impresa dell’Economia civile è, di per sé, portatore di valori intrinseci per la comunità. La decisione di sistema, pertanto, non è in-differente.

Il secondo caso riguarda ognuno di noi. In questo periodo si acquistano i libri scolastici. Il mio amico Fabio li compera solo da librerie di quartiere, pur consapevole degli sconti del web. “Dobbiamo aiutare le piccole librerie a sopravvivere, altrimenti non possiamo lamentarci della omologazione imperante”. Una lezione che vale per i mille acquisiti necessari alla vita quotidiana. Il consumo come atto di cittadinanza. Seguire l’esempio di Fabio significa contribuire a costruire la società nella quale si vuole vivere. (Formiche 10/2015)

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