L'analisi di Guido Salerno Aletta

I nodi sono venuti al pettine. Caduti improvvidamente nella trappola del bail in, bisogna tirarsene fuori al più presto: nello stesso tempo, infatti, abbiamo a che fare con un problema oggettivamente molto piccolo, la crisi di quattro banche locali risolta in modo assai controverso dal decreto legge 183/2015, talchè la questione è divenuta politicamente assai spinosa, e con uno estremamente grande rappresentato dalle sofferenze complessive del sistema bancario italiano. Da tempo sostengo la necessità di un piano organico per provvedere alle sofferenze bancarie, ricapitalizzare le imprese e rilanciare il settore immobiliare. Si è preferito scantonare. Oggi, dopo aver avuto solo un piccolo assaggio di quello che a partire dal prossimo gennaio sarà il bail in, si cerca di correre ai ripari.

Ad ottobre scorso, le sofferenze lorde erano arrivate 198,9 miliardi di euro, mentre a fine 2007 erano di 47,2 miliardi. La loro crescita è stata enormemente più veloce rispetto a quella del debito pubblico: se a fine 2007 questo era di 1.605 miliardi di euro, ad ottobre è arrivato a 2.212 miliardi. La crisi ha fabbricato 152 miliardi di nuove sofferenze bancarie (+421%) e 607 miliardi di nuovo debito (+38%). Cifre immense, frutto non della crisi ma della sua pessima gestione.

Sempre ad ottobre, il rapporto tra sofferenze lorde ed impieghi è stato del 10,4% (9,5% un anno prima; 2,8% a fine 2007), valore che raggiunge il 17,9% per le imprese (15,7% un anno prima; 3,6% a fine 2007) ed il 7,2% per le famiglie consumatrici (6,8% un anno prima; 2,9% a fine 2007). Le sofferenze nette sono arrivate ad 87,2 miliardi di ottobre: il loro rapporto sugli impieghi è arrivato al 4,85% (4,61% un anno prima; 0,86%, prima dell’inizio della crisi). A giugno, gli affidati in sofferenza erano 1 milione e 188 mila, in prevalenza imprese e famiglie.

Rispetto al totale del sistema bancario, le quattro banche di cui si è occupato il decreto legge 183 rappresentavano circa l’1% della raccolta mentre avevano in pancia crediti in sofferenza per 8,5 miliardi, pari al 4,27%. Svalutati di 7 miliardi, sono stati iscritti per 1,5 miliardi come unici attivi della bad bank, a fronte di un corrispondente debito verso le nuove banche: la perdita è stata dell’82,4%. Il loro valore commerciale residuo è appena del 17,6%.

In proporzione, rapportando quindi le perdite delle quattro banche alle sofferenze dell’intero sistema bancario, ne deriverebbe una potenziale perdita teorica di 163,9 miliardi di euro. Questa è il dato macro, pari ad oltre il 10% del pil, con cui occorre confrontarsi.

Sulla gestione delle quattro banche è inutile fare dello scandalismo: il rapporto tra i prestiti in sofferenza sul totale dei prestiti concessi era del 25,8%. Una cifra alta, ma non strabiliante: rispetto ad un anno fa, la percentuale delle sofferenze lorde è ancora cresciuta, dello 0,9%, esattamente come il pil. L’economia non cresce a sufficienza, nè per ridurre la disoccupazione né per fronteggiare i debiti pregressi.

Il problema dunque non è il marcio nella gestione delle banche, che pure può esserci stato in questi anni come prima della crisi, né le presunte lacune della Vigilanza: le sofferenze non sono altro che la contabilizzazione sul piano finanziario dei danni provocati dalle politiche di rigore volute fortemente non solo dalla Unione europea con il Fiscal Compact, ma anche dalla Bce e dalla Banca d’Italia. Basta ricordare la lettera dell’11 agosto del 2011, in cui i rispettivi Governatori Trichet e Draghi sostenevano che non era ancora sufficiente l’impegno assunto dal governo italiano di raggiungere il pareggio strutturale di bilancio nel 2014, e che ulteriori riforme strutturali erano necessarie. Nonostante le continue manovre restrittive di Tremonti, Monti, Letta e Renzi prima di quest’ultima legge di Stabilità, il pareggio non è stato ancora raggiunto, mentre l’obiettivo si è continuamente allontanato per via della caduta del Pil. Se tutto va bene, ci arriveremmo nel 2018.

Non si può discutere di bail-in, oppure di bail out, come se ci si trovasse in una situazione astratta. Perché, ragionando in astratto, l’unica soluzione sensata per l’Italia sarebbe quella di rientrare in possesso delle quote già versate all’EFSF ed all’ESM, pari a circa 48 miliardi di euro (mentre rimangono appesi ad un ignoto destino i 10 miliardi di prestito bilaterale concesso alla Grecia), al fine di utilizzarli per la costituzione di una bad bank di sistema. Poiché si tratta di debito pubblico già contratto, sarebbe una misura neutrale dal punto di vista dei conti pubblici, che sgraverebbe davvero il sistema bancario da tante preoccupazioni. Purtroppo, si tratta di impegni internazionali cui non possiamo sottrarci.

Più praticabile, invece, è la prospettiva di ottenere dalla Corte costituzionale la dichiarazione di illegittimità costituzionale del decreto legislativo e della legge delega di recepimento della direttiva europea sul bail-in, per contrasto con l’articolo 47 della Costituzione. Anche la fatidica Comunicazione della Commissione europea sugli aiuti di Stato alle banche, a quel punto, sarebbe carta straccia. Purtroppo, il vulnus alla tutela del risparmio sotto ogni forma, garantito dalla nostra Carta costituzionale ma non dai Trattati europei, era già venuto meno con la autorizzazione alla emissione di obbligazioni bancarie subordinate, ora aggravato dal fatto che con il bail in anche le obbligazioni senior potranno venire colpite con la risoluzione bancaria. La Banca d’Italia, sostenendo l’emissione di titoli ibridi in alternativa alle più costose ricapitalizzazione, ha commesso un grave errore.

Anche la recente indagine conoscitiva svolta dalla Commissione Finanze del Senato, pur molto accurata ed avvertita, non pare aver colto questo punto: è necessario mantenere chiara la specificità della raccolta bancaria, in depositi ed obbligazioni, rispetto a quella di tutto il restante sistema finanziario. Solo così si può ancora distinguere il risparmio dall’investimento ed assicurare ancora una tutela specifica al primo. Le conclusioni dell’indagine si soffermano solo sulla questione degli impieghi, ed in particolare sulla opportunità di ripensare alla scelta in favore della banca universale, che può indistintamente erogare credito oppure fare internal trading sui mercati.

La banca di deposito ha senso solo in quanto “mette al lavoro”, attraverso la erogazione del credito, somme che altrimenti rimarrebbero inoperose. Il deposito bancario non è un parcheggio: la banca lo prende a prestito per erogare credito. Per questo il risparmio deve avere remunerazione, tassazione e garanzie peculiari rispetto a tutti gli altri investimenti. La banca di deposito serve in quanto la sua organizzazione riesce a erogare risorse a chi altrimenti non riuscirebbe ad ottenerle dal mercato finanziario. Ed ancora, il privilegio di ottenere liquidità dalle banche centrali, a fronte della vigilanza prudenziale, rapresentano le due facce della stessa medaglia. Affermare, come si fa nelle Conclusioni dell’indagine, che oggi sarebbe controproducente reintrodurre il divieto di internal tradig, visto che i margini sugli interessi sono assai esigui, è invece la prova della distorsione avvenuta, e assai timidamente contrastata dalla Bce con le T-Ltro finalizzate alla erogazione del credito. La gran parte della liquidità, dalle Ltro all’acquisto di Cb ed Abs, a quella ancora oggi immessa acquistanto titoli di Stato con il Qe, è mantenuta inoperosa presso la Bce, che infatti sta progressivamente penalizzando questo comportamento applicando tassi negativi.

L’economia europea, e quella italiana in particolare, è stata fortemente colpita dalla recessione: gli investimenti non risalgono, il credito langue e le sofferenze appesantiscono i bilanci delle banche. Il recupero strutturale della competitività è stato focalizzato sulla riduzione del costo del lavoro e la sua flessibilità, inducendo le imprese a ritardare gli investimenti. Ridurre il costo del credito, in uno con l’onere per gli interessi sui debiti pubblici, è stata una misura di politica monetaria tardiva ed insufficiente. Prima si è imposto il deleveraging, ora invece ci si lamenta del fatto che il cavallo non beve.

C’è un ulteriore punto di fondo da chiarire, quello dell’azzardo morale: il comportamento spericolato di coloro che sanno che comunque la passeranno liscia. La questione nacque con riferimento alle banche “too big to fail”, poi declinato nel “too big to jail”: per questo motivo, ora, alle banche di rilievo sistemico si chiedono requisiti particolari. Il commissariamento della banca, ed i più recenti rimedi in tema di rimozione dei vertici, costituiscono rimedi sufficienti rispetto a comportamenti contrari alla sana e prudente gestione bancaria.

Negli Usa, la riforma bancaria ha cercato di rendere più semplice la risoluzione delle crisi imponendo alle banche criteri organizzativi e gestionali finalizzati a rendere possibile la cessione tempestiva di asset in bonis, in modo non distruttivo per il resto della banca. Mentre in America la risoluzione della crisi consiste nell’imporre alla banca la cessione di asset validi per fronteggiare le perdite, in Europa è un sinonimo della liquidazione: taglieggia tutti, dagli azionisti fino ai depositanti. Venendo meno il criterio della riserva frazionaria, impone un rapporto di uno a uno tra perdite sui crediti e passività: si brandisce una mannaia che spaventerà i risparmiatori, senza recare vantaggi ad alcuno. Accrescerà la disaffezione già in atto verso le obbligazioni bancarie, quali che esse siano, facendo venir meno la forma più solida e stabile di raccolta: il suicidio delle banche.

Riuscire a far dichiarare la illegittimità costituzionale del bail in serve a consentire all’Italia di continuare ad applicare la previgente normativa, ivi compresa la disciplina del Fondo Interbancario di tutela dei depositi. Una volta saltato il divieto di aiuti di Stato alle banche, perché contrasta con la disposizione costituzionale secondo cui la Repubblica favorisce e tutela il risparmio in ogni sua forma, tutti i giochi si riaprono: per operare salvataggi, assentire garanzie pubbliche, costituire bad bank volte non a liquidare ma a gestire al meglio le sofferenze.

All’economia serve tempo per riprendersi, serviranno anni. Non facciamo come con il Fiscal Compact, adottato al suono delle fanfare e poi ripudiato. Predicare la liquidazione immediata delle sofferenze, velocizzando fallimenti ed aste, significa auspicare soluzioni di mercato laddove il mercato ha già fallito. Meglio cambiare strada che mettersi a correre verso il baratro.

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