L'analisi del sociologo Marco Orioles

I recenti sviluppi nella lotta allo stragismo jihadista giustificherebbero un certo ottimismo. La liberazione di un buon 15% del territorio occupato dal califfato è, in effetti, notizia incoraggiante. Ramadi, appena riconquistata dalle truppe irachene col sostegno delle forze alleate e degli strike americani, rappresenta il simbolo più appariscente del riscatto, così come fu per Sinjar, terra del martirio yazida, qualche settimana fa. Anche sul fronte diplomatico si sono messi in fila segnali di speranza. La risoluzione ONU votata all’unanimità apre la strada ad una risoluzione politica del conflitto siriano, fino a poco tempo fa avvitato nella spirale di una sanguinosa e interminabile proxy war. Ritrovatisi sui lati opposti delle linee del fuoco, Washington e Mosca hanno trovato un’intesa condensatasi in una road map per il futuro del paese più piagato del mondo. La quadra è stata facilitata tanto dalla coesione dei sostenitori del presidente Assad, sostenuti dagli arsenali russi, quanto dalla formazione di una NATO islamica a trazione saudita in cui si è coagulata – anche per reazione alla compattezza della controparte – la pulviscolare compagine dei ribelli siriani, con l’ovvia esclusione delle irrecuperabili sigle jihadiste. Questi movimenti convergeranno a Vienna dove, dal mese prossimo, riprenderanno i colloqui volti a disegnare i contorni di una Siria purificata, secondo gli auspici, dalla violenza fuori controllo che ha alimentato la cronaca di questa parte del mondo dal 2011 ad oggi.

Il 2016 ormai alle porte dovrebbe dunque aprirsi sotto il segno della fiducia. Ma gli stessi motivi che l’hanno destata rivelano, a ben vedere, l’inconsistenza del compromesso raggiunto. La risoluzione ONU è stata possibile perché ha bypassato il vero oggetto del contendere: la sorte di Assad. È irrealistico sperare che quanti hanno sostenuto strenuamente il capo alawita e quanti hanno brigato per la sua caduta possano incontrarsi in una terra di mezzo di cui si è volutamente evitato di disegnare la mappa. Accetteranno, le potenze sunnite, un risultato elettorale che, osservatori internazionali permettendo, la compagine sciita avrà tutto l’interesse a manovrare a proprio favore? Saranno, le prime, disposte a perdonare alla seconda i 250 mila fratelli morti sotto le barrel bombs sganciate su piazze e mercati? Ma soprattutto, chi avrà il coraggio di presentarsi ai seggi elettorali sotto la minaccia di quegli jihadisti che, esclusi dagli accordi, non hanno motivo alcuno per mollare la presa?

Jihadismo e settarismo: le due principali fonti della fitna che ha gettato il Medio Oriente nel caos sono tutt’altro che risolte nell’equazione scritta al Palazzo di Vetro. Ambedue sono lì, fatidicamente intrecciate nella dinamica che ne ha generato in questi anni il reciproco rafforzamento. La principale responsabilità che gli storici imputeranno a Obama sarà proprio l’incapacità di districarsi tra il rancore sciita, che ha motivato il governo iracheno e il suo padrino iraniano a marginalizzare i sunniti iracheni spingendoli così tra le braccia jihadiste, e l’ostilità sunnita, che dell’insorgenza in Iraq e Siria è stata il principale nutrimento. Tutto sembra indicare insomma che tra i tasselli del puzzle del Siraq non sarà facile districarsi in assenza di un intervento diretto occidentale, l’unico fattore che avrebbe la capacità di spostare la regione dall’orlo del baratro. Non è un caso che, nel suo messaggio natalizio, il califfo al-Baghdadi abbia toccato proprio questo tasto. Deridendo gli americani che si tengono alla larga dal campo di battaglia, il capo dello Stato islamico ha mostrato di sapere bene ciò che lo terrà in sella per lungo tempo.

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