In questo articolo intendo discutere di tante cose, ma in modo sintetico. Nella speranza di non essere né sbrigativo né superficiale.

1. Un quadro generale: per capire che sta accadendo…

Vorrei cominciare con una breve e parziale rassegna (non cronologica) di alcuni eventi che hanno messo l’Europa sotto pressione:

1) due attacchi terroristici a Parigi, prima alla sede del giornale satirico Charlie Hebdo, dove hanno perso la vita 12 persone e altrettante sono rimaste ferite, poi al teatro Bataclan e in altri punti della città, dove hanno perso la vita 130 persone, tra cui la nostra Valeria Solesin, e ferite oltre 300.

2) migliaia di persone provenienti dalla Siria cercano rifugio in Europa. Un flusso immenso che si aggiunge a quelli provenienti dall’Africa settentrionale. Dopo il conflitto in Libia che ha visto cadere il regime di Gheddafi e ha prodotto instabilità in tutta la regione, l’IS avanza anche in quest’area.

3) la Grecia arriva sull’orlo della bancarotta. Le trattative con l’Unione Europea  sembrano non trovare alcun punto di incontro. Cambiano governi, sorgono e cadono stelle della politica, come il ministro delle finanze Gianis Varoufakis.

4) movimenti di estrema destra, xenofobi ed euroscettici, crescono nei sondaggi in diversi paesi europei e vincono le elezioni in Ungheria, Polonia e da ultimo in Francia.

A questi eventi ne andrebbero aggiunti molti altri, per brevità mi limito a ricordarne due che hanno come protagonista la Russia di Putin: il conflitto con l’Ucraina e le tensioni recenti con la Turchia di Erdogan.

2. Il progetto europeo ha ancora senso?

Se pensiamo alle ragioni che hanno indotto gli Stati a mettersi insieme e fondare quello che oggi chiamiamo Unione Europea (UE), ossia scongiurare la guerra, la domanda che ho scelto per questo paragrafo è più che lecita.

Panebianco in un articolo sul corriere ha sostenuto che in verità quella dell’Europa come progetto di pace altro non è che una retorica basata su un assunto falso. I paesi europei non si sono messi insieme perché non volevano più farsi la guerra, ma perché non potevano più farsela. Al di là dell’aspetto etico, sui cui c’è modo e ci sarà modo di discutere e confrontarsi, credo sia importante sottolineare che da circa 70 anni l’Europa vive un momento di prosperità e pace.

Che la retorica con cui viene giustificata la fondazione dell’Unione Europa sia vera o falsa credo sia poco importante al momento. Una cosa invece su cui è bene soffermarsi è la considerazione secondo cui  Paesi europei hanno perso la loro centralità nel tempo e dunque sono stati spinti, in un certo senso, a mettersi d’accordo. Questo è senza dubbio vero: i paesi europei sono stati negli ultimi settant’anni comparse sulla scena mondiale. Al fianco degli USA per lo più, secondo alcuni assoggettati ad essi. Il mondo si è fatto piccolo: ogni tensione che si sviluppa al di là dei nostri confini europei ha una ripercussione più o meno diretta, più o meno potente, sulle nostre vite. Viviamo, per citare un grande pensatore contemporaneo, Zygmunt Bauman, nell’epoca delle interconnessioni globali: un mondo globalizzato, reso piccolo dalle nuove tecnologie dell’informazione e in cui “ciascuno di noi non può dirsi innocente“. Sotto numerosi punti di vista.

La guerra non ha sfiorato l’Europa né l’America del Nord per tanto tempo: eppure noi siamo presenti in tanti conflitti armati nel mondo. Dall’Afganistan all’Iraq, dalla Siria al Libano, dalla Libia al Mali e così via. Siamo co-autori di tante tragedie e di questo dobbiamo esserne pienamente consapevoli. Allora, alla luce di tutte queste considerazioni appare, a mio avviso, ovvio che il progetto europeo, mai come oggi ha senso e mai come oggi è urgente e necessario. La questione è in che modo vogliamo portare a compimento questo progetto e quali orizzonti dargli.

3. Un altro concetto di guerra

Il 13 novembre 2015 sono stato presente, su invito dell’SPD di Berlino, a una discussione con Sylvia-Yvonne Kaufmann, già Vice-Presidente del Parlamento europeo, e İlkin Özışık, rispettivamente eurodeputata e deputato del Land Berlin della SPD. Il tema dell’incontro era “la risposta europea all’emergenza dei rifugiati“. Abbiamo discusso a lungo della situazione attuale, del ruolo della Germania oggi e le sfide che hanno messo l’Unione Europea (UE) sotto pressione. C’era del pessimismo da parte di tutti. Poi una delle partecipanti ha chiesto cosa si può fare per scongiurare la guerra anche in Europa. O addirittura una terza guerra mondiale ed eravamo ignari del fatto che mentre noi parlavamo di questi temi a Parigi si stavano consumando quei terribili attentati.

Per rispondere a quella domanda, comunque, ho dovuto citare Papa Francesco che ha avuto il merito di descrivere la situazione attuale  in modo semplice ma efficace: la terza guerra mondiale è già qua, ma a pezzetti. Oggi anche il concetto di guerra non può essere più inteso e descritto come in passato. Non c’è un’area geograficamente circoscritta in cui si consuma la guerra. Non esiste un nemico preciso, chiaro e ben identificato. Esistono più forme di guerra, più luoghi e più nemici: mentre in Iraq, Afganistan, Siria, Palestina, Libia e via dicendo, si ripropongono le forme tradizionali di guerriglia, con l’impiego dell’esercito e di armi, per quanto innovative e sviluppate nel loro potenziale di morte, nei confronti di target definiti e avendo chiaro in mente, e poi nemmeno più di tanto, che ci sono dei nemici più o meno riconoscibili; nel resto del mondo la guerra non è affatto assente, si manifesta in forme diversificate: attentati nelle grandi città delle potenze occidentali, come a Parigi, LondraNew York, Madrid con obiettivi mirati, spesso simbolici, e con numero di vittime limitato rispetto alle migliaia di morti che si registrano nel medio-oriente o in Africa, ma che per noi, che viviamo appunto in pace da 70 anni, appare insostenibile.

A questo concetto di guerra multiforme si accompagna anche una logica diversa: se la guerra tradizionale aveva l’obiettivo di distruggere un nemico rapidamente, con la manifestazione della forza e solitamente seguiva regole, rituali predefiniti, oggi la guerra multiforme e globale mira allo sviluppo di un conflitto permanente basato sulla creazione di terrore, insicurezza e panico costanti. Un logoramento costante del tessuto sociale e culturale. Non che nella guerra tradizionale queste cose mancassero, ma ricoprivano un ruolo probabilmente diverso. La violenza dell’ISIS, per esempio, mira all’annichilimento sistematico del tutto, colpisce, infatti, indistintamente cristiani e musulmani, abbatte simboli e memorie di civiltà scomparse, miete vittime ovunque e sembra che l’unico scopo del loro agire sia la distruzione fine a se stessa. Probabilmente il compimento ultimo della loro follia è l’autodistruzione. Difficile dire diversamente, non sembra che ci sia alcuna ideologia dietro, se non la diffusione della morte.

 4. Se crolla la sospensione del dubbio…

Un altro elemento di queste nuove forme di guerra e di terrore lo voglio trattare a parte: è la diffusione del dubbio. L’insicurezza permanente e persistente che riguarda essenzialmente noi che viviamo nel mondo ricco e agiato. Mentre nei teatri di guerra combattuta l’orrore è visibile e miete vittime tanto quanto le fucilate, i bombardamenti (anche nostri) e le lame delle spade, da noi la guerra è strisciante e fatta da singoli o coordinati attacchi terroristici ad opera non di guerriglieri iracheni o afgani o siriani, ma da cittadine e cittadini europei. Gli attentati di Parigi sono stati commessi non da stranieri, ma da persone nate e cresciute in Francia. Persone che hanno vissuto con le nostre abitudini, anche se seguendo insegnamenti di un’altra religione magari. Ma non è la religione a poter essere usata come giustificazione della loro deviazione. Lo abbiamo detto: ISIS macella cristiani e musulmani in egual modo, anzi, le vittime di fede musulmana sono in numero assai maggiore.

Quello che questi attentati però riescono a produrre nell’occidente è il crollo della fiducia nelle proprie istituzioni e nelle proprie regole. Non so se qualcuno lo ha già ipotizzato o detto, quindi mi perdonerete se mi ripeto, ma nel colpire i simboli del nostro vivere quotidiano ci viene dato il messaggio: non siete al sicuro, da nessuna parte. Paradossalmente questi terroristi, fuorviati da non si sa bene cosa, hanno realizzato i loro piani grazie alle nostre regole di vita, alle nostre abitudini: il diritto di muoversi, di esprimere un’opinione, di incontrarsi e organizzarsi in gruppi, il diritto di avere un’istruzione, un sostentamento e una casa, una cura medica e così via. Ciò che sfugge è che questi hanno goduto del benessere nelle nostre società, le stesse che vogliono destabilizzare, e agli occhi nostri emerge il dubbio: se non sia il caso di intervenire proprio sulle nostre abitudini. Alcuni partiti, per lo più di estrema destra, neo-fascisti o neo-nazisti, xenofobi e nazionalisti, dunque anti-europeisti, propagandano esattamente questo: limitazione delle libertà personali, sociali ed economiche, attraverso una differenziazione tra autoctoni degni di godere appieno delle regole, dei diritti e delle libertà, e naturalizzati che sono persone di serie B, intrinsecamente pericolose perché ontologicamente, secondo loro, diverse da noi.

E il dramma è che la tendenza pare essere questa: l’irrazionale prevale nelle menti e nei cuori degli occidentali. Dopo 70 anni di pace siamo disabituati a vivere il rischio e il pericolo della guerra tradizionale, la vediamo in TV o la leggiamo sui quotidiani e ne siamo distanziati, razionalmente ed emotivamente. Non sappiamo più come comportarci. E la reazione istintiva delle comunità al nemico che avanza è ovviamente il chiudersi a riccio, l’arroccarsi. Si ignora però che l’assedio solitamente si conclude con la morte della città assediata.

In un testo della sociologia della conoscenza si parla della realtà come costruzione sociale e si indica come elemento essenziale del mantenimento dell’ordine e della riproducibilità della nostra società, la “sospensione del dubbio”. Ossia, il dare per scontato che qualche cosa che ci protegge esiste e che dunque non abbiamo niente da temere. Oggi possiamo dire, non ho idea se era così in passato, che questo assunto è compromesso: ciascuno di noi ha il dubbio quando sale su un aereo, in un treno, quando va a un concerto o in ristorante. Ha un dubbio ogni volte che incontra un viso che non ci sembra essere simile al nostro. Questa è la cosa più pericolosa e dannosa per le nostre società poiché si deteriora il sistema di fiducia su cui poggia il nostro vivere quotidiano.

 5. La nostra risposta? Quella sbagliata.

Di recente proprio per reagire agli attentati di Parigi, la Francia ha pensato bene di bombardare la città di Raqqa in Siria. Inoltre, per la prima volta, è stato fatto appello a una clausola che prevede l’intervento degli altri Stati Membri quando un Paese dell’Unione è sotto attacco. Hanno risposto all’appello in modo positivo Gran Bretagna e Germania, che attraverso una discussione e una votazione parlamentare hanno dato l’ok alla missione di guerra. L’Italia, nelle parole del Premier, Matteo Renzi, non interviene senza un piano strategico chiaro e che si interroghi sul dopo. Non potrei essere più d’accordo. La risposta agli attentati in Francia, commessi da cittadine e cittadini francesi, ricordiamolo, con i bombardamenti in Siria, è una risposta inefficace e abbastanza impulsiva che non produrrà niente di buono, se non altro odio, rancore e morte a danno non dei terroristi che brulicano nelle nostre città, ma a discapito di tante e tanti innocenti che ogni giorno muoiono sotto bombe e granate. Così, dopotutto, si spiega il flusso di profughi che ha interessato negli ultimi mesi la Turchia, la Grecia e l’Italia fino a coinvolgere la Germania.

La minaccia contro cui gli interventisti che ho ascoltato in Gran Bretagna e in Germania si scagliano non è localizzata a Raqqa né in chissà quale altro villaggio siriano. La minaccia è planetaria e non può essere individuata con un radar. Queste affermazioni rischiano di farmi apparire come un ingenuo, o peggio ancora, un arrogante. Non ho alcuna risposta, non ho alcuna soluzione in tasca, ho solo delle considerazioni frutto di un ragionamento che mi sforzo di mantenere lucido e razionale. Non sono un pacifista, nell’accezione negativa che purtroppo in troppi gli hanno dato, credo che una reazione a una minaccia sia lecita e necessaria, ma quando la minaccia è visibile e concreta. E quando si ha ben chiaro in mente che ad ogni azione corrisponde una reazione. La storia avrebbe dovuto insegnare qualche cosa, ma sembra che resti sempre nelle retoriche della memoria di tante e tanti politici e poi scompaia nel momento in cui ce ne sarebbe più bisogno. La domanda può essere facile e posta così: una volta bombardata Raqqa e ammazzati tutti i combattenti che si trovano lì, sarà morta la loro ideologia? Sarò seppellito il loro messaggio e saremo dunque tutti salvi e al sicuro?

6. Ma la Politica che fa?

La Politica è la grande assente in tutto questo: è mancata una politica seria e ponderata non da ieri, non da qualche anno, ma da decenni. Il culmine della stupidità politica si è avuto nel 2001 con la guerra in Iraq e con tutto quello che ne è conseguito. Abbastanza ridicole le scuse di Tony Blair ancor di più quando a distanza di anni viene ricommesso lo stesso errore. E sostenuto con forza proprio da alcuni del Labour Party, come Hilary Benn.

Non stiamo combattendo il fascismo né il nazismo. Se non si ha chiaro questo è difficile poter essere davvero credibili e capaci di fronteggiare il pericolo che ci minaccia. Il nemico è invisibile, per usare una metafora di Ulrich Beck, che però si riferiva ad altro, ma proprio come l’inquinamento o il rischio atomico, questa minaccia del fondamentalismo islamico (che però non ha nulla a che fare con l’Islam) è pervasiva, diffusa, intoccabile, a volte imprevedibile. Serve una risposta anche culturale che però non deve diventare un processo di europeizzazione delle altre terre o di occidentalizzazione. Il rischio sempre presente con le varie retoriche che abbiamo conosciuto. Serve una Politica dell’impegno e della serietà a casa nostra, contro ogni forma di xenofobia e razzismo e di odio generalizzato verso il diverso, e verso i Paesi che vivono oggi la miseria, la povertà e la morte anche a causa delle nostre bombe: o perché lanciate direttamente dai nostri tornado o perché vendute a guerriglieri e dittatori proprio dall’occidente.

Conclusione

Arrivare ora a parlare della politica e del ruolo della sinistra per la realizzazione del progetto europeo in un mondo instabile, soggetto a incursioni belliche informi e che minano la fiducia del nostro vivere quotidiano, potrebbe sembrare un azzardo. Non è così.

Dopo l’esito delle elezioni di ieri (6.12.2015) in Francia, con il gran successo del Front National l’Europa si interroga. Io mi preoccupo. La domanda che mi pongo è dove sono finiti i partiti socialdemocratici? Quale il loro futuro? Quale il nostro futuro! Serve una Politica diversa, capace di creare orizzonti nuovi, di perseguire fini diversi da quelli fino ad oggi rincorsi.

Le sinistre in Europa retrocedono in modo allarmante. Ma sono proprio loro le uniche a poter dare le risposte giuste a queste minacce e restituire al progetto europeo il suo spirito unitario e progressista. Non può essere la chiusura a riccio e il disinteresse verso l’esterno a portarci verso la sicurezza: per tutto quello che si è detto, è assurdo pensarlo. Il mondo è sotto casa nostra e solo una politica di sinistra e cosmopolita, ancora per citare Beck, può proporre le soluzioni che servono.  La domanda è come lo vogliamo fare, quando e con quali argomenti.

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