Per fortuna le obbligazioni supplementari hanno dato materiale ai tuttologi. L’immigrazione, l’Isis e i musulmani possono tirare un sospiro di sollievo. Saltare un paio di giri di lavatrice dove l’opinione pubblica, quella sbeffeggiata da Offenbach all’Orfeo all’Inferno, li centrifuga da settimane con il calfort del qualunquismo che smacchia tutto rendendolo incomprensibile.
Chi ha tempo oggi pomeriggio alle 14.30 su www.radioshamal.it un tavolo di briscola fatto da Mario Colella, Mauro Erro, Nicola Argenziano e Marco Ciriello faranno memoria dei fatti del 91, quelli dell’immigrazione albanese in Italia prendendo spunto dall’ultimo libro di Gazmend Kapllani – Breve diario di frontiera – .
Già perché già solo scorrere le immagini di quell’estate di sbarchi, di decine di migliaia di persone contemporaneamente, di quelle donne che s’infilavano aste di ferro dentro la vagina per poter essere tradotte in ospedale e sfuggire alle geniali soluzioni di ordine pubblico italiane – il ghetto dello stadio di Brindisi – , la dice lunga sulla capacità dell’Occidente e delle istituzioni democratiche di dimostrare la loro solidarietà, la loro capacità di affrontare la storia. La dice lunga sull’Italietta che al cambiare della repubblica (prima o seconda) non cambia nella sua inadeguatezza.
Per fortuna c’è la tradizione. Ci sono i segni, i segnali deboli. Vanno solo scrostati dalla ruggine del pressapochismo. Per fortuna che anche l’Albania, non sarà un caso, ha come stemma l’aquila bicipite, quella del condottiero Scanderbeg. Tutte le volte che le istituzioni vengono meno, le comunità si regolano sulla base di codici che s’innestano nella tradizione. In Albania la tradizione che innerva la carne fortificata dal mito è la legge di Kanûn. Una legge morale che ha il suo connettivo nella besa, che è più della parola data. È un patto, un giuramento d’onore. È la traduzione dell’ommità o dell’omertà (burrnija) nelle azioni, nei gesti e nella parola. A je burrë? Chiedono gli albanesi. Sei uomo? Se sei uomo, nell’omertà, appunto, c’è l’implicita accettazione di questo corpo giuridico che prese forma e forza nei gelidi inverni del medioevo. Come fuoco sotto la cenere quando l’indomita resistenza albanese sottostava, secoli dopo secoli, sotto il giogo turco.
Siamo nelle montagne della Darsìa. Siamo in un Nord freddo e duro, dove le comunità sono di stampo eroico patriarcale. Dove l’ospite è considerato un Dio. Ecco, altro che frontiere. Se sei uomo non importa se sei un contadino o un principe. Non scompare la tradizione. Proprio a maggior ragione oggi che gli albanesi in patria sono tre milioni mentre quelli fuori dal territorio natio sono il doppio.
E a voler tirare il più maldestro o il più macino dei tiri alla storia dell’umanità, o forse per meglio dribblarne la sua memoria corta, sappiate che è proprio dopo il ponte Messi, a Nord di Tirana, nei pressi di Scutari, che finiva la giurisdizione ottomana, in vigore per troppo tempo, e iniziava a valere il Kanûn.
A voler proprio calciare il più maldestro dei tiri, perché è proprio così come dice Ciriello che marca stretto Berselli, a due passi da Spezzano Albanese che cresce Gennaro Gattuso. Con in testa, giusto il martedì di Pasqua, le ballate Arberëshe. Tra i mosaici d’oro che riflettono la luce di Dio Pantocrator che è una. Musulmana e cristiana. Tant’é.

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