La recente decisione dei Ministri degli Esteri dei paesi della Nato di invitare il Montenegro all’interno dell’Alleanza atlantica non ha fatto altro che acuire i già tesi rapporti tra la Nato e la Russia. Di pochi giorni fa è, infatti, l’accusa alla Turchia del presidente russo Putin di voler mettere la Nato al servizio dell’Isis. Una decisione, quella presa a Bruxelles, definita da più parti come un vero e proprio “scacco” alla Russia.

Ma quali saranno le possibili conseguenze di rapporti così tesi tra la Nato e la Russia e, talvolta, tra gli stessi paesi membri ? E, soprattutto, quale ruolo potrà giocare l’Alleanza atlantica nella lotta al terrorismo ? Formiche.net ne ha parlato con Alessandro Marrone, responsabile di ricerca presso l’area Sicurezza e Difesa dell’Istituto Affari Internazionali (IAI).

Il Montenegro diventerà presto il 29esimo membro della Nato. Quale beneficio potrà trarre l’Alleanza atlantica dall’ingresso di un paese con poco più di 650 mila abitanti?

Non si tratta di nulla di strano. La Nato è impegnata da parecchi anni nei Balcani, dapprima con un impegno esclusivamente militare e, successivamente, con una missione di stabilizzazione dell’area. Il passo successivo non può non essere l’integrazione dei paesi balcanici all’interno dell’Unione Europea e della Nato stessa. Questo è vero non solo per il Montenegro, ma anche, ad esempio, per la Serbia e per la Bosnia. I Balcani hanno bisogno di stabilità, sicurezza e istituzioni democratiche. La stabilizzazione dell’area è quindi l’obiettivo finale. E, tra l’altro,  una priorità per l’Italia.

 Il portavoce del presidente Putin ha affermato che l’ingresso del Montenegro nella Nato porterà a una risposta da parte della Russia. A cosa sta pensando Putin?

La reazione della Russia trova spiegazione nel fatto che Putin guarda ancora all’ordine mondiale come suddiviso in sfere d’influenza. Il presidente russo ha indubbiamente un ventaglio di ipotesi da prendere in considerazione, che vanno dalla pressione sulle risorse energetiche alla “guerra” cibernetica passando per azioni di propaganda. Sono però convinto che Putin cercherà di dosare la propria reazione, senza voler arrivare così a un conflitto aperto con la Nato. Ma ci sarà, senza dubbio, un certo irrigidimento nei rapporti con l’Alleanza atlantica.

Qual è oggi il rapporto tra la Nato e la Russia, anche alla luce della crisi ucraina ? Ha ancora senso il Consiglio Nato-Russia quale strumento per la gestione dei rapporti diplomatici?

Il Consiglio Nato-Russia è ancora oggi uno strumento valido in quanto rappresenta la sola forma di dialogo tra i paesi membri della Nato e la Russia. Così come ai tempi della guerra fredda esisteva una linea rossa tra Washington e Mosca, così oggi esiste questo importante canale di dialogo e confronto, che può servire a evitare crisi con conseguenze irreversibili. Più che altro, però, io vedo rapporti differenti tra i singoli paesi della Nato e la Russia. In alcuni casi conflittuali, come con la Turchia, e in altri casi di cooperazione, come con la Francia di Hollande. Parlerei, quindi, più che altro non di divergenza tra la Nato e la Russia ma tra paesi membri della Nato e la Russia.

Verso la metà di ottobre la Nato ha organizzato quella che è stata definita come “l’esercitazione più ambiziosa dalla fine della Guerra Fredda”. Una semplice dimostrazione di forza o l’occasione per lanciare un messaggio preciso?

Questa esercitazione è stata pianificata addirittura prima del vertice in Galles e, soprattutto, prima dell’azione russa in Ucraina. La Nato, infatti, ha tempi di organizzazione e pianificazione molto lunghi. Non deve quindi essere vista in alcun modo come una risposta alle azioni della Russia. Più che altro si inserisce in uno scenario di gestione delle crisi collegate a risorse idriche, tanto che sono stati invitati anche alcuni osservatori russi. L’esercitazione dimostra senza dubbio la capacità della Nato di schierare truppe operative in tempi rapidi. Una prontezza e una capacità di reazione che, ovviamente, vanno a rassicurare indirettamente i paesi membri che si sentono minacciati dalla Russia.

Le recenti accuse alla Turchia di mettere la Nato al servizio dell’Isis da parte del presidente Putin hanno riportato l’attenzione sul ruolo che l’Alleanza atlantica può giocare nella lotta al terrorismo. Si dice che la Nato in Libia si stia giocando la propria credibilità. Quale ruolo potrebbe avere nel Paese?

La Libia è una priorità per l’Italia, non per la Nato. La crisi libica, sia prima che dopo l’intervento militare, è stata trattata sempre e solo su base nazionale. Sono quindi l’Italia e i paesi europei a giocarsi la faccia in Libia, in quanto la situazione nel paese rappresenta un vulnus per la sicurezza regionale e mediterranea. L’Italia deve quindi essere presente e partecipare ad altri tavoli, dando ad esempio un contributo alla lotta al terrorismo in Siria e Iraq, allo scopo di attirare l’attenzione degli altri paesi membri della Nato sulla Libia.

Gli attentati di Parigi hanno portato la Francia a intensificare i raid aerei contro l’Isis. Per quale motivo il presidente francese Hollande non si è appellato alla Nato e, in particolare, all’articolo 5?

I motivi alla base della decisione del presidente Hollande possono essere diversi. Certamente il presidente francese ha bisogno di una coalizione ampia, che includa in particolare la Russia e alcuni paesi arabi. In tale ottica, quindi, attivare la Nato avrebbe complicato i suoi piani, in particolare alla luce delle forti tensioni con la Russia. Inoltre, attivare un meccanismo collettivo implica anche una risposta collettiva. Questo vuol dire una condivisione di strategia e di intelligence, che non sempre piace. La scelta della Francia è in linea con la sua tradizione ma presenta un limite fondamentale. Io vedo una serie di contributi bilaterali che, però, non portano ad un approccio e a una strategia condivisa.

Un’ultima domanda. Il Segretario di Stato americano John Kerry ha affermato che la Nato è “pronta a fare di più contro Isis”. Quali strumenti ha la Nato per combattere il terrorismo?

Innanzitutto è possibile, e auspicabile, rafforzare la cooperazione tra la Nato e l’Unione Europea sul piano dell’intelligence. Ma penso anche ad una collaborazione, sempre tra la Nato e la UE, sul piano della sicurezza marittima e, in particolare, a una collaborazione tra la missione Endeavour della Nato e quella della UE, EuNavFor Med. Inoltre, sarebbe possibile ricorrere a tutta quella rete di partenariati Nato in grado di attivare un dialogo strategico tra le parti coinvolte. Certo è che un eventuale impegno militare sul terreno potrà avere luogo solo in presenza di un quadro politico ben definito.

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