L'analisi di Daniele Meloni

Mentre il ruolo della Turchia nella lotta al terrorismo continua a far discutere, il presidente Recep Tayyip Erdoğan e il suo premier, Ahmet Davutoğlu, sono ai ferri corti sulla riforma costituzionale che, nelle intenzioni di quello che è stato ribattezzato “Il Sultano”, dovrebbero trasformare la Repubblica turca da parlamentare a semi-presidenziale.

Davutoğlu è stato per anni il mansueto alleato di Erdoğan all’interno del partito di Giustizia e Sviluppo (AK Partı) e anche nelle istituzioni, dove è stato il fedele esecutore dei diktat dell’ex Sindaco di Istanbul e, nel ruolo di Ministro degli Esteri, ha portato avanti le trattative con l’Unione Europea e i rapporti, non sempre trasparenti, con gli Stati confinanti del Vicino e del Medio Oriente.

Con l’elezione di Erdoğan alla Presidenza della Repubblica turca però, le cose sono cambiate. Il presidente turco è formalmente tenuto a dimettersi da ogni carica di partito e a lasciare il suo seggio alla Grande Assemblea Nazionale della Turchia, il Parlamento. Così facendo ha lasciato campo libero a Davutoğlu, che è diventato leader del Partito e, nel frattempo, anche premier.

Da quel momento l’agenda dei due ha iniziato a divergere. Erdoğan non fa che parlare di riforma costituzionale, semi-presidenzialismo e fine del dualismo premier-presidente. La sua idea sarebbe quella di sottoporre al popolo turco due referendum: uno sulla riforma Costituzionale, e uno sulla transizione del sistema da parlamentare a semi-presidenziale.  Davutoğlu – che pure si è affrettato a dire che le tensioni tra i due ruoli sono ai minimi storici – ha ribadito che la riforma costituzionale non è al momento nell’agenda del governo (monocolore AKP), e che i terreni su cui sta giocando sono quelli del Solution Process con i curdi, dell’ingresso nell’Unione Europea, della guerra in Siria, e dei rapporti con la Russia.

Il presidente della Commissione per la Riforma Costituzionale della Grande Assemblea, lo storico deputato di Istanbul dell’AKP, Mustafa Şentop, ha affermato che il sistema duale in cui sia il premier che il Presidente sono sanzionati dal voto popolare deve finire, ma che l’iniziativa di riformare la Costituzione deve formalmente partire da Davutoğlu.

La diarchia nell’AKP appare sempre più evidente seconda una logica tipica della politica occidentale e, in particolare, di quella anglosassone. Il leader di partito è il candidato premier, e, in quanto tale, gestisce il partito come più gli aggrada. Staccandosi dal Gruppo dell’AKP alla Grande Assemblea, Erdoğan, il più potente leader turco dopo Atatürk, vede scemare il suo peso all’interno del Partito, e i suoi piani presidenzialisti incontrano maggiori ostacoli.

La Grande Assemblea – di cui l’AKP è naturalmente il Gruppo numericamente più consistente con 317 deputati – non vuole subire una limitazione di poteri, e pure  il leader dell’opposizione popolare repubblicana (CHP), Kemal Kılıçdaroğlu, ha affermato che il sistema politico turco ha bisogno di un rafforzamento della democrazia parlamentare, e non di un ulteriore accentramento di poteri nelle mani di una sola persona, e che i primi 4 articoli della Costituzione (relativi alla forma di Stato repubblicana e secolarizzata) non saranno oggetto di trattativa.

Attualmente l’AKP è a 13 deputati dal magico numero di 330 con cui potrà sottoporre al popolo un referendum sulla riforma costituzionale che approverà in Parlamento. La strada per il Sultano sembra essere in salita.

 

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