Laura Morante firma e interpreta il suo Assolo per dare testimonianza – così dice la stessa regista e protagonista – che un nuovo femminismo è necessario. In forma attualizzata, certo, ma necessario. E lo fa alla sua maniera costruendo un personaggio Flavia, fragilissima. La maschera di una donna non attrezzata alla vita, più oggetto che soggetto. Flavia è, però, archetipo di una donna dell’oggi che può permettersi di andare in analisi. Che ha il suo giro di amiche con cui metter a fattor comune le difficoltà. Ha un suo contesto in cui è, comunque, al netto di tutte le sue difficoltà, inserita.
La società è invece fatta di donne sole. Una solitudine che significa una diminuzione di diritti. Donne al mercé di uomini, alla mercé, spesso, persino della propria famiglia. Donne economicamente svantaggiate che vivono in contesti difficili condizionati da forte ignoranza e da subcultura. Donne che non corrispondono completamente alla maschera di Flavia che, pur essendo più soggetto che oggetto, faticano ad essere rispettate, ad essere riconosciute come tali perché vivono in un contesto che è talmente bestiale nella sua superficialità, da non riuscire nemmeno a comprendere la sua iniquità. Così bestiale, così maschile nel senso peggiore del termine, da essere immunizzato nei confronti della violenza cui la donna è normalmente sottoposta. Per prassi.
È un rumore di fondo, ormai, la violenza che passa attraverso frasi, segni, gesti, attraverso tutta una serie di segnali deboli che, di tanto in tanto, esplodono nella tragicità di qualche fatto di sangue che accende i riflettori sul problema della violenza . Solo come fatto singolare.
Altro che Assolo dunque, una lettura veramente rivoluzionaria sul ruolo della donna è quella di “Verso Medea” di Emma Dante. La rielaborazione del testo di Euripide. L’urlo femminista e incazzato dell’artista palermitana che ci restituisce, alla sua maniera, una donna che reagisce alla violenza in modo attivo come una scheggia impazzita dando fondo a tutte le sue energie, che sono ctonie, scagliandosi contro l’uomo che le ha fatto del male. Persino il feto morto diventa un proiettile scagliato contro Giasone per punire l’uomo due volte. Da uomo e da padre. Come scrive bene Gigi Giacobbe su Sipario: – […] uno spettacolo-concerto, un inno alle donne di tutti i Sud del mondo che soffrono, lottano e vincono […].

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