Il Taccuino di Gramaglia

In Italia, sarebbe già partito il tamtam della giustizia ad orologeria: i repubblicani le provano tutte per cercare d’azzoppare la loro rivale più temibile, Hillary Clinton, promuovendo, invece, quel Bernie Sanders di cui potrebbero fare un solo boccone all’Election Day, l’8 novembre. Sempre che il match non sia tra Sanders il ‘socialista’ e Donald Trump il ‘populista’: entrambi, infatti, piacciono molto a una fetta dell’elettorato, ma ne spaventano la maggioranza. Nel qual caso, potrebbe profittarne un terzo incomodo, se fosse Mike Bloomberg, ex sindaco di New York, centrista.

Ma questa è una storia per i mesi prossimi. Adesso, siamo alla vigilia delle assemblee nello Iowa, cioè all’inizio delle primarie: lunedì, saranno designati i primi delegati alle convention di luglio, quelle che daranno l’investitura formale ai candidati alla Casa Bianca. E l’inchiesta dell’Fbi sui finanziamenti alla sua Fondazione e gli scandali più o meno riesumati sono mine per la Clinton.

La campagna ha svenato molti candidati: al 20 gennaio, erano stati spesi quasi 7 milioni di dollari, in almeno 10mila spot.

I sondaggi dicono che fra i repubblicani Donald Trump deve temere solo (e poco) Ted Cruz, senatore del Texas e portabandiera dei Tea Party; e le cronache raccontano che il repubblicano che vince nello Iowa non ottiene poi la nomination. Trump, però, è in testa in tutti gli Stati dove si vota a febbraio, anche New Hampshire, Nevada e South Carolina, e suscita negli americani più fiducia dei suoi rivali sulle questioni economiche: nello Iowa, ha il 32% delle preferenze potenziali, contro il 25% di Cruz e il 18% di Marco Rubio, senatore della Florida; altrove, ha vantaggi più netti.

Fra i democratici, invece, è testa a testa nei sondaggi tra Clinton e Sanders, nettamente in vantaggio nel New Hampshire, dove si vota martedì 9 febbraio – lì, lui del Vermont gioca quasi in casa -, mentre l’ex segretario di Stato domina nella South Carolina. I sondaggi nazionali danno sempre l’ex first lady avanti con un discreto margine, ma un passo falso nello Iowa, doppiato la settimana dopo, potrebbe innescare una dinamica negativa: esattamente come avvenne nel 2008, quando la vittoria di Barack Obama nello Iowa incrinò la fiducia nella Clinton.

Tanto più che lo scandalo delle mail, montato a dismisura, e lo spettro di quanto accadde a Bengasi l’11 settembre 2012 continuano a essere ostacoli sul cammino dell’ex segretario di Stato (proprio all’epoca dell’uccisione in Libia dell’ambasciatore Usa e di tre marines). La Clinton perde pezzi forti della sua collezione, come l’attrice Susan Sarandon, che se ne sente tradita e sta con Sanders, ma intorno a lei fa quadrato l’establishment del partito: Nancy Pelosi boccia le proposte di Sanders sulle tasse, mentre il senatore va all’attacco di banche e finanza. E le arrivano rinforzi forse insperati dalla generazione ‘millennial’, con il sostegno della cantante Demi Lovato, della star tv Lena Dunham, dell’attrice comica Amy Schumer, della cantautrice Katy Perry. Più di tutto, mediaticamente pesa l’endorsement del New York Times (che fra i repubblicani pesca a sorpresa il governatore dell’Ohio John Kasich).

Più degli attacchi di Sanders, che l’accusa di rappresentare “la vecchia politica”, come se lui a 75 anni e in politica da 35 fosse il nuovo che avanza, la Clinton deve temere gli scheletri nei suoi armadi. Da cui sono adesso saltate fuori 22 mail ‘top secret’ mandate dal suo account privato – almeno una al presidente Obama -, invece che da quello ufficiale del Dipartimento di Stato, mentre finora era stato detto che il materiale trattato dall’account privato, più vulnerabile a cyber spioni ed hacker, non era classificato.

Lo staff della Clinton sollecita la pubblicazione dei documenti, che il Dipartimento di Stato vuole invece tenere segreti; e la Casa Bianca ostenta tranquillità. Ma il polverone mediatico c’è tutto.

Per ulteriori approfondimenti sulle elezioni presidenziali americane, clicca qui per accedere al blog di Giampiero Gramaglia, Gp News Usa 2016

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