L'analisi dell'economista Veronica De Romanis

Il 2016 dovrebbe essere l’anno della svolta per l’Italia in Europa. Le sfide lanciate al Consiglio europeo di dicembre sono molteplici, dall’energia alle sanzioni alla Russia, dall’immigrazione all’unione bancaria. L’obiettivo è chiaro: più politica e meno burocrazia, più crescita e meno austerità. La flessibilità di bilancio sembra, infatti, essere la priorità numero uno per l’Italia. Anche perché è il Paese che ha fatto maggiore ricorso alle clausole che prevedono margini di discrezionalità fiscale: complessivamente circa un punto percentuale di Pil (16 miliardi di euro) di maggiore deficit nel 2016.

La Commissione europea ha finora dato il suo accordo a circa la metà, ma sulla parte rimanente, che riguarda le richieste più recenti incluse nella legge di stabilità approvata dal Parlamento prima di Natale, ha deciso di prendere tempo. Vuole prima valutare l’impatto delle nuove misure proposte sulla crescita potenziale dell’economia italiana e, quindi, sulla sostenibilità dei conti pubblici. Il presidente della Commissione Jean-Claude Junker, ma anche il vice presidente Valdis Dombrovskis, hanno mostrato qualche perplessità verso l’uso eccessivo delle suddette clausole. Il timore è che vengano attivate per aumentare la spesa pubblica e rimandare il consolidamento fiscale, rendendolo più gravoso, soprattutto per un Paese ad alto debito come l’Italia.

L’impresa per l’Italia si presenta, quindi, ardua. Ci sarà bisogno di trovare alleati per sostenere questa posizione. Su chi si potrebbe contare? Si possono suddividere i Paesi dell’area dell’euro in tre gruppi: i virtuosi; quelli che hanno chiesto aiuti finanziari; e, infine, la Francia, che è un caso a parte.

I virtuosi sono quelli che hanno messo i conti in ordine (ad esempio la Lettonia) e che hanno implementato le riforme (ad esempio la Germania). Difficile immaginare che siano disposti ad allearsi con chi vuole più discrezionalità fiscale. Dal loro punto di vista, la crisi è anche il frutto di finanze pubbliche allegre. Pertanto, meno regole significa maggiore rischio di pagare per i dissesti altrui. Tra l’altro, in molti di questi Stati, il via libera agli aiuti richiede un passaggio parlamentare che potrebbe non essere più così semplice da ottenere dopo ben cinque Paesi salvati negli ultimi quattro anni.

Alleanze potrebbero arrivare proprio dai suddetti Paesi, a cominciare dalla Grecia e dal Portogallo dove non governa più chi ha portato avanti le politiche del rigore, bensì due nuovi premier, rispettivamente Alexis Tsipras e Antonio Costa. Nonostante campagne elettorali all’insegna dello “stop all’austerità”, entrambi, però, si trovano a dover proseguire con il consolidamento dei conti: Tsipras perché è sotto programma (il terzo) e di conseguenza non ha accesso a finanziamenti esterni, Costa perché l’economia portoghese è ancora troppo fragile, essendo appena uscita dal programma di aiuti, e un allentamento fiscale rischierebbe di essere penalizzato dai mercati. Difficile, quindi, immaginare che possano cominciare ora una battaglia a favore di un’attenuazione del rigore.

Tra i Paesi che hanno concluso il programma di salvataggio, la Spagna è quello che potrebbe avere maggiore incentivo a rallentare il percorso di risanamento. Tutto dipenderà dalla coalizione di governo. Ma anche in questo caso, il nuovo esecutivo dovrà fare i conti, non tanto con l’Europa, quanto con i mercati che potrebbero non fidarsi. Il recente allargamento dello spread spagnolo rappresenta un segnale di allarme al riguardo.

Infine, c’è la Francia. François Hollande avrebbe sicuramente interesse a intraprendere insieme a Matteo Renzi la battaglia contro le regole fiscali europee. Gli consentirebbe, forse, di sottrarre voti a Marine Le Pen alle elezioni politiche del prossimo anno. Tuttavia, se l’economia francese gode di un premio di rischio ben inferiore a quello italiano, nonostante il disavanzo sia ben sopra il limite del 3 per cento dal 2008 e il debito abbia raggiunto in poco tempo il 100 per cento del Pil, è proprio in virtù della tradizionale alleanza con la Germania. I mercati hanno finora sottostimato il rischio francese in gran parte per effetto dell’asse franco-tedesco. Ecco perché, quando la Francia si trova a dover scegliere tra l’Italia e la Germania, tende quasi sempre a scegliere la seconda.

A conti fatti, l’Italia rischia, dunque, di trovarsi isolata nella sfida sulla flessibilità di bilancio. C’è da chiedersi, allora, se non sia preferibile portare avanti altre priorità, come quella sul completamento dell’unione bancaria. L’introduzione di una garanzia unica dei depositi rappresenta, infatti, uno strumento fondamentale per l’Italia nella fase di ristrutturazione del sistema bancario che deve affrontare. E, poi, questo è un tema sul quale ad essere isolata è la Germania.

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