Il giorno dopo la conferenza ospitata al Parlamento europeo sulle conseguenze del possibile riconoscimento alla Cina dello status di economia di mercato, la Commissione europea ha deciso di rinviare tutto alla “seconda parte dell’anno”, come ha chiarito il vicepresidente Frans Timmermans. La questione – ha detto Juncker – “va studiata sotto tutti gli angoli, vista l’importanza del tema per il commercio internazionale e per l’economia europea”.

“L’ITALIA UNITA PERCHE’ SIAMO UN PAESE MANIFATTURIERO”

Una soluzione che salutata con favore da chi aveva organizzato quella conferenza, in cui si era lamentato il silenzio del Berlaymont e del commissario Cecilia Malmstroem. Un silenzio ancor più incomprensibile – avevano detto i relatori – dopo le dichiarazioni di Barack Obama, che solo a metà dicembre aveva annunciato che gli Stati Uniti non avrebbero concesso lo status a Pechino. Qui le cose sono diverse, ha detto a Formiche.net l’eurodeputato del Movimento 5 Stelle David Borrelli, che la Conferenza l’ha organizzata insieme ai colleghi di S&D Emmanuel Maurel ed Edouard Martin: “Purtroppo, la logica europea fa sì che tutto sia sempre demandato al singolo stato membro. Prevale il singolo interesse e quindi tutto si blocca”. L’Italia, però, come raramente capita, sulla questione specifica del MES pare marciare in un’unica direzione: “Da quel che abbiamo potuto vedere – dice Borrelli – qui a Bruxelles l’Italia è unita anche perché, essendo un Paese manifatturiero, sarebbe tra i più colpiti con perdite ingenti sia in termini di posti di lavoro sia di fatturato delle aziende. Ecco, si può dire che stavolta non c’era il problema di essere in contrasto con la politica nazionale”.

LA STRANA ALLEANZA GRILLINI-POPOLARI-SOCIALISTI

Nei corridoi di Rue Wiertz, la sede del Parlamento, è stato notato come a mettere tutti attorno allo stesso tavolo (destra e sinistra) sia stata una formazione neofita delle politiche comunitarie, per di più percepita come anti-sistema: “Ci siamo riusciti in modo semplice, tenendo il giusto profilo all’interno dell’Istituzione”, spiega Borrelli senza cedere al populismo o alle bellicose rivendicazioni urlate tipiche di qualche collega attivo tra Palazzo Madama e Montecitorio . “Di italiani al Parlamento europeo siamo in 73, e se iniziamo a dividerci anche tra noi, non si va lontano. Certo – ricorda – all’inizio c’è stato un pregiudizio nei nostri confronti, ma nel giro di pochi mesi si è dissolto. Le altre forze politiche hanno capito che noi qui siamo aperti al dialogo, siamo qui per lavorare e siamo gente che studia e che legge gli atti. Gente che cerca di fare il meglio per il proprio Paese e per l’Europa”. A conferma si può citare la comparsata di Antonio Tajani, vicepresidente vicario del Parlamento, ex commissario europeo con parecchio seguito ancora a Rue Wiertz (bastava circolare nei corridoi o al bar per accorgersene). “La parte più difficile, semmai, è stata quella di prendere l’iniziativa. Eravamo in una situazione di stallo e nessuno voleva fare il primo passo”, ricorda il nostro interlocutore.

LE RICADUTE SUL TESSUTO ECONOMICO ITALIANO

Il problema, però, oltre alla “fratellanza” tra gruppi, ha a che fare con le ricadute dell’eventuale riconoscimento del MES a Pechino. Borrelli è veneto ed è imprenditore: “Alcuni settori come carta, legno, acciaio, biciclette, meccanica e vetro, sono tutelati dai dazi anti dumping imposti alla Cina che permettono alle nostre aziende di essere e di rimanere nel mercato. Se queste misure fossero revocate si assisterebbe a un’invasione di prodotti cinesi a prezzi per noi impossibili, visto che andrebbero al di sotto dei costi di produzione, con una evidente perdita di esportazione e di mercato interno per quanto riguarda le nostre aziende. Le conseguenze sarebbero evidenti: calo del fatturato, perdita di posti di lavoro e – in qualche caso – chiusura delle aziende”.

“NON TUTELIAMO LA NOSTRA IDENTITA’”

Per questo bisogna “tutelare i nostri interessi: noi – chiosa l’eurodeputato pentastellato –  siamo un paese manifatturiero e dobbiamo portare avanti questa identità nelle istituzioni europee. Siamo un paese di imprese e dobbiamo farlo pesare. Gli altri paesi lo fanno. Io so, ad esempio, perfettamente cosa tutelano l’Olanda e la Francia. A volte, invece, non so cosa tuteli l’Italia”.

Condividi tramite