Il commento del filosofo Corrado Ocone

Ha sicuramente ragione Vittorio Feltri: il buon senso liberale suggerirebbe, per quel che concerne le unioni fra omosessuali così come per la liceità dell’eutanasia, che ognuno scegliesse e si comportasse come più gli aggrada. Che non si sollevassero guerre di religione su questioni che concernono una minoranza, che (come è accaduto con il divorzio) non legittimano preoccupazioni e catastrofismi e che comunque il senso comune ha già da tempo sciolto in positivo. “È inammissibile – scrive Feltri – che mi impicci delle faccende di altre persone”: ognuno campi a modo suo e si limiti solo a non invadere lo spazio altrui.

Tutto vero, eppure la lettura dell’articolo intitolato “Ma i veri liberali non possono vietare ai gay di unirsi”, uscito sul Giornale domenica 14 febbraio, mi lascia insoddisfatto. Anche, e direi soprattutto, da un punto di vista liberale. Perché? Direi soprattutto per due motivi contingenti, da cui però non si può fare astrazione e che Feltri sembra non cogliere. O meglio, uno almeno egli sembra intuirlo all’inizio del suo articolo, anche se subito lo lascia cadere. Il fatto è che proprio perché, come egli dice, su certe questioni, chiamiamole pure bio-etiche, i dubbi e le perplessità ci sono e ce li hanno in molti e non possono essere occultate o esorcizzate (si pensi all’aborto o a certe pratiche eugenetiche), il buon senso liberale consiglierebbe che su di esse lo Stato mettesse il becco il meno possibile, che controllasse ma lasciasse per lo più fare liberamente agli individui.

Sarebbe opportuno che esso non soggiacesse a quella sua bulimia razionalizzatrice e a quella volontà di legificazione (e “normalizzazione”) che finisce con l’essere invadente e spesso lesiva della libertà individuale e delle libere interazioni fra gli umani. Non solo. La volontà di giuridicizzare un rapporto che dovrebbe essere libero e spontaneo, come è l’unione di qualsiasi tipo fra due esseri umani, presuppone a livello inconscio un’idea statolatrica e welfaristica che è molto liberal ma poco liberale: io chiedo che tu Stato riconosca la mia unione, me la certifichi, e io poi da te pretendo pensioni e vantaggi (altro che retorica dell’amore!).

A ben vedere, ma mi rendo conto che la mia è un’idea radicale e abbastanza irrealistica (allo stato delle cose), anche il credente dovrebbe accontentarsi di quella che è semplicemente la celebrazione sacramentale del matrimonio. Senza pretendere da Cesare quel che a lui può dare solo Dio. Ma tant’è! Ancora più potente è però il secondo argomento che mi rende epidermicamente ostile all’attuale spirito comune: il fatto che le posizioni di chi è per una visione tradizionale del matrimonio e di tutto il resto non siano discusse e anche criticate con la forza degli argomenti e delle ragioni ma siano semplicemente considerate immorali e impresentabili e quindi censurate. Certo, la retorica dell’avanzamento lineare verso un paradiso progressista, può dar fastidio, ma alla fine la si poteva ancora tollerare.

Qui però è stato compiuto un passo ulteriore: ora non ci si limita più a considerare “retrive”certe posizioni, ma le si vuole semplicemente espellere dall’agone pubblico. Si vuole negare loro cittadinanza in nome di un “pensiero unico” del tutto autoreferenziale e in nome di un’etica di Stato (o da “Stato etico”) che non ammette semplicemente gli altrimenti senzienti e opinanti. Basti pensare all’anatema che all’unisono è risuonato quando il cardinale Angelo Bagnasco ha legittimamente auspicato dal suo punto di vista un dibattito parlamentare “ampiamente democratico” e “una votazione a scrutinio segreto” sulla proposta di legge della senatrice Monica Cirinnà.

Con l’accusa di “ingerenza”, che concretamente non significa nulla in uno stato democratico e maturo, Bagnasco è stato azzittito e lasciato solo e nessuno, per opportunismo gesuitico o per paura, gli ha coperto le spalle. È liberale tutto questo? Non diceva quel tale che, se anche non condivido le tue opinioni, devo essere disposto a difenderla strenuamente perché tu le possa affermare? Questo è il punto, credo. E non averlo colto fa dell’articolo di Feltri un articolo che dice la verità liberale, ma non tutta la verità.

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