La notizia è stata ripresa da quasi tutti i principali quotidiani nazionali con toni di trionfo. Ovidio Marras c’è l’ha fatta. La Cassazione gli ha, infatti, dato ragione e, dunque, il resort di Capo Malfatano, vicino a Tuerredda, non si farà.
Ovidio Marras, pastore simbolo del mondo contadino, rappresentante di quel mondo autentico che vive dell’amore per il territorio, baluardo dei furriadroxu, contro la speculazione edilizia di palazzinari e costruttori, ha vinto la sua battaglia di resistenza. Mentre i suoi colleghi cedevano uno dopo l’altro alle seducenti proposte degli uomini d’affari chiudendo la vendita dei propri terreni a cifre molto vantaggiose, lui il puro Marras, il Little John del Sulcis, non ha ceduto. Anche di fronte alla più alta delle offerte. Con il suo avvocatuzzo di Roma ma di origine sarda, perché agli isolani piace fare così, si è messo in tasca i potenti della Sitas la società dei cattivi costruttori e speculatori che intanto, mentre la giustizia cercava il suo corso, avevano avuto il via libera a costruire metri cubi di ville e villette da regione, comuni e sovrintendenze. Tutti competenti.
Ecco perché il precipitato di questa storia è una sconfitta. Perché le ville e il pezzo di resort già costruiti dovranno essere abbattuti.
Ecco che Marras, di colpo, evoca Bonifazi, l’integerrimo giudice di “In nome del popolo italiano” di Dino Risi. C’è uno spaccato di questa Italia che fa orrore, da una parte coloro che, appunto, vedono nella corruzione perfino una delle leve del progresso, dall’altra coloro che sono capaci solo di dire no. Che, nel legittimo istinto di protezione, foss’anche individuale del più bello degli angoli di mondo, finiscono col diventare inerti a qualunque cambiamento. Meglio niente per nessuno che qualcosa per pochi. In Germania direbbero schadenfreude.
Come Tognazzi-Bonifazi del film (era il 71), che trasforma una condanna morale in giurisprudenza. Il fatto di Capo Malfatano è paradigmatico di un paese che non sa dove sbattere la testa. Dove i suoi arti si muovono senza alcun coordinamento. Dove ogni potere va per la sua strada ignorando un fine ultimo che sia comune alla comunità. Che sia parente del benessere diffuso, meta solo teorica di ogni politica.
È così alla fine dietro l’apparente successo di Marras c’è la sconfitta di tutti. Perché chi voleva costruire, e ha costruito, ha – bene o male – investito ed ora si trova a dover abbattere tutto, vedendo sfumare quei ricavi che avrebbero dovuto remunerare gli investimenti. E il territorio, che la giustizia avrebbe dovuto preservare, per via dei tempi lunghissimi, è stato comunque straziato. Tant’è.

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