Recensione dello spettacolo in scena al Teatro Brancaccio dal 23 febbraio al 1° aprile 2016

Sono trascorsi 14 anni da quando Greg scrisse quella che viene considerata una prima versione di questa commedia, Marchette in trincea, in scena al Teatro Brancaccio dal 23 febbraio fino al 1° aprile. Nel 2002, lo spettacolo fu proposto al Teatro Ambra Jovinelli, con nome diverso ma idee e sketch simili a quelli che il duo comico ha ripreso oggi, rimaneggiandone in parte il testo ma arricchendolo di nuove idee e modellandolo in base a quelli che sono i richiami dell’attualità e le loro più recenti esperienze teatrali.

“CANNIBALIZZAZIONE” TELEVISIVA DEL TEATRO

Oltre ai due noti attori, Claudio Gregori e Pasquale Petrolo, altri protagonisti di “Marchette in trincea” sono Dora Romano, Marco Fiorini e Monica Volpe. La storia parte dal destino di una modesta compagnia teatrale che, piano piano, si trova ad essere “cannibalizzata”, per esigenze di cassa, da linguaggi e tempi tipici della “televisionizzazione” contemporanea di ogni arte, compresi spot pubblicitari, su un’opera che ambiva invece a rievocare vicende ed eroismi della seconda guerra mondiale. Si assiste quindi alla caduta in disgrazia del gruppo di attori, alcuni improvvisati e semi professionisti, altri di solido background e tradizione teatrale che, speravano di fare appello ad un pubblico con un testo aulico e ricercato nel linguaggio, ma si accorgono invece che quegli spettatori non ci sono più, tutti (o quasi) rimbambiti da stacchetti e cosce lunghe. «Chi ha voglia di assistere all’ennesimo racconto sulla guerra in cui gli attori si esprimono come nel ‘600?» È questa la protesta di Lillo, che impersona uno dei due attori “improvvisati” e fondatori della compagnia, più attento a recupere i soldi investiti che a difendere l’opera scritta da Greg. Eccezionale la figura dell’ufficiale giudiziario che, in pieno spettacolo, compare per procedere al pignoramento di costumi, luci, scene ed effetti speciali. È proprio sull’arte di arrangiarsi, quindi, tipica di ogni Italiano, che le successive versioni dell’opera teatrale fanno scoppiare dal ridere, con uniformi improvvisate, medaglie che diventano attaccapanni e così via

LA TRAMA

Una male assortita compagnia di teatro è in scena con un’orribile commedia sull’invasione tedesca del ’43. L’assenza di pubblico, quindi d’incassi, non concede la possibilità di estinguere le rate di un’ipoteca accesa per l’allestimento e un ufficiale giudiziario inizia a pignorare costumi, luci ed effetti, trascinando la commedia in un gorgo d’involuzione minimalista.

Poco prima del Caporetto, il salvifico avvento di un imprenditore tedesco le restituisce fasti mai sperati. Il nuovo produttore, però, pretende l’inserimento di slogan pubblicitari ed un ruolo migliore per l’attrice di cui si è invaghito. I nuovi pacchiani mutamenti dello spettacolo entusiasmano però spettatori e critica “intellettuale”.

ARRIVANO I TEDESCHI!

Genialiata quella che, a salvare questi attoruncoli, vede un imprenditore tedesco, con inflessioni indubitabilmente nazionalsocialiste che, in cambio del suo aiuto, ottiene di inserire all’interno dello spettacolo non solo degli spot pubblicitari sui suoi prodotti, ma anche una correzione della “leggenda nera” (a suo avviso) sul comportamento dei tedeschi durante la seconda guerra mondiale. Davvero esilarante sarà la conseguenza di questa “evoluzione” sull’opera, che la renderà “liquida” e tipica della schizofrenia massmediatica ed “artistica” della post-modernità. E il dramma è che, così snaturato, lo spettacolo riscuote un successo incredibile. Proprio gli sketches pubblicitari creeranno attenzione nella critica ed entusiasmo nel pubblico.

IL POLITICALLY UNCORRECT ANCHE SUL FRONTE LGBT

Alla fine di “Marchette in trincea”, probabilmente non presente nella versione originaria dello spettacolo, spunta un ulteriore colpo di scena. L’eccentrico consulente finanziario che, di tanto in tanto, interviene anche come “voce narrante” rivolgendosi al pubblico, alla fine si dichiara gay, ruba i soldi all’imprenditore tedesco (Greg), e diventa lui l’impresario della compagnia teatrale. L’opera originaria, quindi, giunge all’ultima trasformazione: diventa spettacolo LGBT con tutti gli uomini travestiti che si divincolano a ballare un “must” degli ambienti omosessuali, come le musiche di Gloria Gaynor.

Con il sarcasmo di sempre e la dissacrazione che è loro congeniale, Lillo & Greg fanno sbellicare dalle risate ma gettano frecciate politicamente scorrette sull’attuale situazione dell’Italia e della cultura mediatica occidentale. Partendo dalla denuncia delle dinamiche che muovono il mondo dello spettacolo, il loro umorismo dissacrante va a intaccare persino il “fronte LGBT”, proseguendo peraltro con toni e contenuti già visti nella straordinaria scenetta del prof. Giovanni Calderoni , “omosessuale non praticante”, presidente dell’associazione “Amici dei gay”. Il momento d’ironia più alto quello in cui, facendo praticamente l’ennesimo “spot” pro-LGBT, Lillo dice a Greg: «ma io non ho detto che lei è gay», e quest’ultimo risponde «E ci mancherebbe come se gay fosse un’offesa!».

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