È di un’attualità che ha dell’immaginifico la coincidenza tra il recente seminario ideato da La Confederazione Italiana – dedicato alla Geometria dell’immaginario – e la recente scoperta delle onde gravitazionali, senza dubbio la più grande dopo la penicillina.
Einstein meriterebbe una statua a Cambridge accanto a quella di Newton. Valgono per Einstein, a maggior ragione alla luce di questa scoperta, i versi che furono scritti per l’Anglo che sgombrò le vie del firmamento «The marble index of a mind for ever / Voyaging through strange seas of Thought, alone».
Perché, appunto, la conferma dell’esistenza di queste onde è la prova che mancava per avvalorare definitivamente la teoria della relatività dello scienziato tedesco. Di un fisico che, chissà forse proprio per l’assenza di una prova sperimentale, è stato considerato più un filosofo che uno scienziato. La legge della gravitazione universale è un fatto geometrico. Il campo di forze è una pura conseguenza.

Immaginazione e geometria vanno, dunque, a braccetto, come la bellezza e la morte. Si guardano attraverso uno specchio. Una di fronte all’altra. Ciascuna che pensa di vedere riflessa la propria immagine quando, invece, non vede che l’immagine dell’altra. Solo uno spettatore in un riferimento terzo, fisso, gode della fortuna della verità. Del dono dell’intuizione. A cavallo di due mondi, il visibile e il non visibile, sta la questione.

Ci vogliono la singolarità e il punto di vista del Gallo Silvestre, con i piedi piantati a terra ma la testa tra le nuvole, per saldare l’esperienza terrena alle visioni celesti e immaginifiche. O l’Ippogrifo con cui prendere il volo. Come Astolfo.

Ci vuole la matematica, apparecchiata all’occorrenza con le sue notazioni più superbe, rotori e tensori, per cogliere il guanto della più audace delle sfide. Come le trasformazioni conformi ad esempio, quelle con le quali Žukovskij, scienziato russo di fine Ottocento, fondatore del primo istituto di aerodinamica della storia, seppe trasformare un cerchio inerte e grave, in un profilo aerodinamico. Portando, uno alla volta, i punti del cerchio, fissi su di un piano cartesiano reale, in un piano immaginario per dar vita a un profilo aerodinamico. Ecco.
Cosicché, mentre il cerchio se ne stava grave sulla terra dei numeri reali, il profilo, in relazione perfetta con il cerchio progenitore sul piano immaginario, si animava di una forza straordinaria: la portanza. La più audace delle forze, quella che l’uomo, per tramite d’intelletto, avrebbe definitivamente strappato al mito di Icaro.
Una forza che, negli stessi anni, uomini impavidi sperimentavano senza conoscerne l’esistenza e la proverbiale intensità. I fratelli Wright. Otto Lilienthal. Geo Chàvez.
Da una parte, dunque, uomini d’intelletto aprivano le loro menti verso l’idea del volo con la superbia di portarsi, a spasso nel cielo, l’intero sistema di riferimento in barba alle stelle fisse. Dall’altra, uomini che prendevano rincorse fidandosi del rischio, aprendo al cielo il proprio petto, tutto cuore e coraggio. Imbrattati di minio, la cui vita era già pronta per essere letteratura, grazie alla penna di Faulkner.
Uno tra questi, trasvolatore notturno, Antoine Saint-Exupéry fu pilota e letterato al tempo stesso. Seppe colmare la geometria dell’immaginazione attraverso degli scritti che sono dei pezzi unici, dei numeri primi della letteratura. Il precipitato di un animo, mitico quanto quello di Icaro, che ha saputo rendere a tutti i comuni mortali con i piedi piantati sulla terra, la bellezza del creato. Di quella calotta color turchino su cui la mano dell’Altissimo ha cucito le stelle come preziosi intarsi di un mosaico bizantino.

La creazione artistica, dunque. Che non è l’elevare la materia sensibile, finanche quella offerta da Natura con il suo ordine metafisico, ma la capacità di rendere l’altrove, la realtà sovrasensibile, poetica e pura, attraverso i segni e il linguaggio sensibile in modo che qualunque spettatore terreno, aprendo la sua anima a quelle visioni, nello sforzo di decodificarne il significato, possa attraversare quelle che Florenskij definisce le Porte Regali. Estasi di bellezza e misticismo. Ecco Dante, nel più delicato degli anfratti del Paradiso, pronto a invocare la diva Pegasea. Ancora il mito. Ancora il volo. Pegaso che con il suo zoccolo genera Castalia, là sul Monte Elicona in Sicilia, fonte che avrebbe ispirato di poesia tutti coloro che si sarebbero dissetati di lei. Pegaso, nato dal sangue della Gorgone uccisa da Perseo con l’aiuto di Minerva. La virtù soccorsa dalla sapienza. Destinato all’eternità per tramite di catasterismo.
A volte, poi, è la vita stessa che ci obbliga a guardare oltre. Come racconta Adrian Bravi in «L’inondazione». L’acqua cancella un intero paese e tu, unico sopravvissuto, vivi a bordo di una canoa, in un mondo che è a metà strada tra l’aldiquà e l’aldilà. L’acqua diventa l’elemento che separa il prima dal dopo. La vita dalla morte. Perché, dopo che il mare si è preso tutto, il tempo non sa da che parte andare. E come il tempo, tu che non vuoi separarti dai tuoi cari, morti annegati, scegli il Limbo di un’eterna sospensione, galleggiando nello spazio e nel tempo.
La geometria dell’immaginazione è una distanza da percorrere. Uno spazio da colmare che esige anima ed intelletto. Un poco di filosofia e qualche teorema di aerodinamica.

Forse sarà un caso, ma Wittgenstein, prima di incontrare sulla sua strada Bertrand Russell, montava motori di aeroplano a Berlino. Tant’é.

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