L'intervento di Nicolò Mardegan, candidato sindaco di Milano
Riceviamo e volentieri pubblichiamo
l Family Day è stata l’occasione per milioni di persone di manifestare al Circo Massimo il proprio amore per la famiglia; è stata anche però opportunità di vaneggiamenti e critiche. Ora che il 30 gennaio è passato, è tornato il silenzio, un silenzio assordante che non dà il senso dei valori per cui ci impegniamo.
Il dibattito sull’importanza della difesa della famiglia naturale sembra essere già stato dimenticato, giunto a una prematura conclusione poiché non più portatore di una vera e propria novità. Ecco quindi che anche il tentativo di difendere la propria volontà di partecipare alla manifestazione sembra essere passato in secondo piano.
Il Family Day – checché ne dicano i suoi detrattori – rimane una manifestazione centrale per tutti coloro che vogliono difendere i diritti della famiglia. Famiglia intesa, oggi, come quel nucleo di unione tradizionale in cui un uomo e una donna, un padre e una madre, si impegnano davanti a Dio o alla legge per creare non solo una (o più) nuova vita, ma soprattutto per crescerla nel rispetto dei diritti e dei doveri secondo cui ogni italiano è tenuto a vivere, come ben specificato in tutta la nostra costituzione e in particolare negli artt. 143-144-147-153bis del codice civile.
Personalmente, ho vissuto la mia presenza alla manifestazione come una presa di posizione importante per quello che è indubbiamente il nucleo su cui si fonda la nostra società: essere presente al Circo Massimo lo scorso 30 gennaio non è stata una semplice passerella. Il Family Day, da giovane cattolico, è qualcosa di molto più significativo. Il Family Day, da primogenito di una famiglia con mamma, papà e 5 tra sorelle e fratelli, è il palco dietro le cui quinte si è costruita la mia vita, fatta di legami indissolubili con tutti loro.
Questo, come tutti i Family Day, non è in alcun modo una “manifestazione d’odio”, come suggerito da Franco Grillini, fondatore dell’Arcigay. Bisognerebbe trovarsi, come è successo a me, in mezzo a questo gruppo di persone per capire che nessuno dei partecipanti che ha deciso di presentarsi al Circo Massimo è mosso da sentimenti antagonisti, tantomeno omofobi.
Sono stato l’unico candidato sindaco di Milano a presenziare all’evento perché ritengo che la famiglia sia non solo uno dei cardini su cui si debba fondare la vita di un politico, ma soprattutto il primo mattone su cui erigere una nuova città, degna di questo nome. La famiglia è il perno attorno a cui tutto ruota. Senza la famiglia, non ci sarebbero discussioni inutili come quella che oggi continua a riempire le pagine dei giornali sulla possibilità di concedere l’autorizzazione alle coppie dello stesso sesso di unirsi in matrimonio o adottare un bambino. “Cirinnàmoreremo” è l’hashtag che in queste ultime settimane sta invadendo i social network. Perché non riinnamorarci, prima che dei “diritti” ad essere “genitori” per gli omosessuali, di quelli delle future mamme? Come candidato sindaco di Milano ho scelto di partire proprio da questo.
Perché prima di allargare il concetto di famiglia a chi, per natura, è impossibilitato a crearne una, non ci concentriamo sui bisogni delle famiglie attuali? A volte mi sembra che queste sterili discussioni ideologiche servano a chi ci governa per distogliere la nostra attenzione dalle necessità vere che oggi investono il nostro paese: lavoro, crisi economica, crisi dell’identità culturale.
Nella mia visione di una Milano migliore per i suoi cittadini si parla e si agisce per far sì che il reddito di maternità diventi una realtà costante nella vita delle future mamme in difficoltà. Nella mia Milano, poi, avere una famiglia numerosa come quelle che ci raccontavano i nostri (bis)nonni diventa una scelta premiata e non un peso sui bilanci familiari grazie all’introduzione di una politica a favore del quoziente familiare applicato proprio alle famiglie con tanti figli.
Il mio grido, oggi che il Family Day non è più “notizia”, non è contro qualcuno, ma a favore di chi, come me, nella famiglia nucleo fondamentale della società  crede ancora.
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