L'analisi di Paolo Becchi e Cesare Sacchetti

Mentre il Movimento 5 Stelle trova ufficialmente la sua candidata in Virginia Raggi, dopo la vittoria alle elezioni comunarie, nel centrodestra a Roma ancora non c’è pace. Bertolaso? Nì. A quanto pare l’uscita dell’ex Capo della Protezione Civile sulla condizione vessata dei rom, ha lasciato pesanti ricadute soprattutto dalle parti di via Bellerio. Matteo Salvini difatti inizia a sfilarsi dall’ipotesi di sostenere una candidatura che non convince nessuno, e ha chiamato a raccolta il popolo romano per esprimersi sulla candidatura a sindaco di Roma tra Alfio Marchini, Rita Dalla Chiesa, Francesco Storace e Veronica Pivetti. Come in passato era fin troppo facile prevedere la vittoria di Virginia Raggi alle comunarie grilline partecipate da nemmeno la metà degli iscritti al Movimento 5Stelle, parimenti questa volta non sarà facile prevedere che tra la rosa dei quattro nomi sottoposti ai romani, il nome di Alfio Marchini prevarrà senza troppi sforzi.

Il profilo dell’ingegnere romano sarebbe stato la migliore delle ipotesi possibili fin dal principio per il centrodestra, ma ad oggi la coalizione non è riuscita a pianificare una seria strategia unitaria per poter recuperare il terreno perduto fino ad oggi. Roma sembrava (?) l’occasione giusta per farlo ma la sofferta concertazione tra i tre leader del centrodestra alla fine ha partorito il nome di Guido Bertolaso, dopo una interminabile serie di niet su altri nomi che ha indebolito in partenza il nome dell’ex Capo della Protezione Civile.

La prima scelta di Berlusconi, ed è cosa nota, era Alfio Marchini ma su questa ipotesi si è opposta fermamente Giorgia Meloni che non gradisce il nome dell’imprenditore per via del suo passato da “palazzinaro” e per le sue vicinanze con alcuni poteri forti della Capitale. La posizione della Meloni avrebbe avuto anche una sua logica, se fosse stata mantenuta fino in fondo: se si guarda ad una presunta moralità del candidato, non si comprende il suo successivo benestare al nome di Bertolaso, ancora oggi immischiato in processi giudiziari che potrebbero nei prossimi mesi rivelarsi letali durante la campagna elettorale. L’arma migliore per impallinare una candidatura è stata in passato quella della Magistratura, e dalle parti di Palazzo Grazioli ne sanno qualcosa. Probabilmente la Meloni ha temuto di rimanere con il cerino in mano, dopo i suoi rifiuti alle precedenti candidature e l’improbabile proposta di candidare Rita Dalla Chiesa al Campidoglio. Così per non essere accusata di spaccare l’unità della coalizione ha dovuto suo malgrado accettare il nome dell’uomo del fare, ma appena chiuso l’accordo si è aperta una ferita profonda nel suo stesso partito.

La basi di Fratelli d’Italia difatti non ha mai fatto mistero di non gradire il nome di Bertolaso, in parte per la sue vicende giudiziarie ancora non risolte ma soprattutto per la sua incapacità di interpretare al meglio le istanze dell’elettorato più schierato a destra, e più sensibile al crescente degrado e senso di insicurezza che affligge le periferie romane. Il colpo di grazia alla candidatura di Guido Bertolaso l’ha dato lo stesso ex Sottosegretario quando ha manifestato una posizione di comprensione per gli appartenenti all’etnia rom, definita come vessata e penalizzata, che ha trasformato il malumore che già covava prima nella base, in rabbia vera e propria.

Per non farsi mancare nulla, Bertolaso ha chiamato in causa anche uno dei tre leader della coalizione, Matteo Salvini, criticato per il suo approccio poco diplomatico sulla questione dei campi nomadi. Salvini, come prevedibile, non l’ha presa bene, e ha invitato a fare una riflessione sul nome di Bertolaso, mentre il leader leghista prepara i gazebo per far scegliere ai cittadini romani il candidato sindaco. Il risultato è che sono tutti scontenti, sia la base del centrodestra che oggi non si sente rappresentata da un candidato giudicato troppo morbido sulla questione del degrado a Roma, sia i vertici della coalizione che iniziano a diffidare l’uno dell’altro e percorrono vie autonome sulle elezioni romane.

L’ennesimo harakiri, e dunque viene da pensare che la bistrattata Paola Taverna che gridava all’improbabile complotto per far vincere il M5S avesse ragione, quando non sembrano a questo punto esserci seri ostacoli sulla via che porterà il M5S a raggiungere facilmente il secondo turno contro il  Partito Democratico, rappresentato con ogni probabilità da Roberto Giachetti, oppure contro Alfio Marchini. Se avesse la meglio la Raggi, si farebbe strada il rischio di affrontare una situazione inedita per la Capitale, perché la candidata grillina si è già impegnata a firmare un contratto redatto in 10 punti con Gianroberto Casaleggio, pensato proprio per limitare fortemente il suo spazio di manovra, senza dimenticare la clausola di 150000 euro che penzola sulla testa della Raggi, nel caso in cui venissero meno i suoi adempimenti contrattuali. Quale sindaco correrebbe il rischio di violare un contratto con una clausola così onerosa? Non molti,immaginiamo, soprattutto nel timore di affrontare una costosa causa legale con il M5S. La gravità del fatto non è data tanto dalla manifesta incostituzionalità di questo contratto che viola il principio della libertà di mandato, quanto dalla metamorfosi del sindaco di Roma che in questo caso diviene una sorta di prestanome politico vincolato dalle direttive di una terza persona non eletta dai cittadini.

La città di Roma rappresenta da sempre uno spartiacque politico, e il partito che riuscirà ad aggiudicarsi la corsa al Campidoglio di fatto si troverà lanciato per sedere sulla poltrona di Palazzo Chigi, nonostante il rischio che comporta la vittoria a Roma, considerata la situazione disastrata della Città. E’ proprio per questo motivo che Casaleggio vuole controllare Roma da vicino, dopo aver visto il disastro delle attuali amministrazioni pentastellate e l’incompetenza dei suoi portavoce, in modo da evitare un disastro epocale a Roma che metterebbe una seria ipoteca sulle prossime elezioni politiche. Può dirsi a questo punto chiusa la partita per il centrodestra? Bertolaso avrebbe avuto una chance se il suo nome fosse stato veramente condiviso, ma le sue grane giudiziarie prima e le sue dichiarazioni poi non hanno fatto altro che confermare i mal di pancia della base dei partiti della coalizione. L’unico modo per rimediare a questo pasticcio sembra il ritiro della candidatura di Guido Bertolaso, il quale dopo aver compreso che il suo nome sta dividendo gli animi dell’elettorato della coalizione, potrebbe farsi da parte per lasciare spazio a una candidatura più solida. La prima idea di puntare su Marchini era probabilmente quella che offriva più chance per arrivare al ballottaggio, anche se in questo caso il suo nome sarebbe appoggiato solamente da Berlusconi e da Salvini.

Forse vale la pena a questo punto per i due leader del centro-destra di fare anche questa riflessione, ovvero correre il rischio di non cedere alle pressioni di Giorgia Meloni, che mostra evidenti limiti nella sua leadership e appare incapace a conciliare le molteplici anime della destra romana. Il pragmatismo politico indica che Alfio Marchini è il candidato ideale per una soluzione trasversale in grado di pescare consensi anche in quella vasta area di dissenso crescente all’interno del M5S romano, epurato da Casaleggio, e che guarda con interesse alle proposte politiche dell’imprenditore che si dichiara svincolato da logiche partitiche. Su questo basti pensare alla recente uscita di Alessandra Bonaccorsi, consigliera grillina del VIII municipio a Roma che ha lasciato il M5S proprio per la lista di Marchini, e questo fatto non può certo archiviarsi come un caso singolo, dal momento che molti altri ex grillini si stanno già radunando intorno alla lista dell’ingegnere romano, a cominciare dall‘ ing. Andrea Aquilino che a Roma gode di grande seguito. C’è ancora margine per evitare una sconfitta assicurata del centro-destra, ma resta da vedere se si vuole veramente correre per vincere o se invece si vuole puntare su un candidato, Bertolaso, che ha perso in partenza.

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