L'articolo di Tino Oldani

Alla vigilia delle primarie del Pd a Roma per scegliere il candidato sindaco, l’editoriale del Corriere della sera, firmato da Antonio Polito, per descrivere il declino della capitale si sofferma sulla cacca degli uccelli che hanno bloccato il traffico in alcune strade, e sull’incendio delle sterpaglie che hanno paralizzato l’aeroporto di Fiumicino. Un minimalismo politologico, che si accontenta di guardare la superficie del problema. Il disastro di Roma Capitale è purtroppo più grave, ed è nei numeri impietosi del suo bilancio: un debito monstre di 13,6 miliardi, che il commissario straordinario, Francesco Paolo Tronca, e l’assessore al Bilancio, Silvia Scozzese, hanno appena proposto di estinguere con un piano di rientro destinato a durare per 32 anni, fino al 2048, con vari espedienti finanziari e contabili, compreso l’ennesimo aumento dell’addizionale comunale Irpef (ora allo 0,9%), più il prelievo di un euro sui diritti di imbarco di tutti i passeggeri in partenza dagli aeroporti di Roma.

Da un commissario, non si poteva pretendere di più. Ma è del tutto evidente che si tratta dell’ennesima manovra illusoria, per nascondere quella che alla vigilia delle elezioni comunali può sembrare una verità inconfessabile: il Campidoglio è semplicemente in default. L’unica cosa seria da fare sarebbe di portare i libri in tribunale, dichiarare fallimento, e chiudere il Comune della capitale, così come fece a suo tempo Margareth Thatcher con il Municipio di Londra. Insomma, azzerare tutto, mandare a casa politici e clientele assunte con stipendi da nababbi per non fare nulla, per poi ripartire con un ente ripulito dei debiti e degli sprechi, come si fa di solito con una bad bank.

All’estero, il default dei municipi troppo indebitati, che non riescono più a pagare i creditori, è una norma valida anche per le città metropolitane. In Italia c’è il precedente del comune di Alessandria, dichiarato fallito nel 2012 dalla Corte dei conti, in base al testo unico sugli enti locali, poiché non riusciva più a pagare i fornitori. Roma, finora, ha fatto eccezione perché è la capitale, la sede della politica nazionale, e nessun governo ha mai trovato il coraggio di sfidare, rispedendoli a casa, i politici e le clientele che occupano il Campidoglio e le decine di società controllate, con costi elevati per i contribuenti, ma senza mai erogare servizi pubblici efficienti. Il timore politico di una paralisi della città ha sempre prevalso, e i problemi si sono vieppiù aggravati.

I romani pagano ogni anno al Comune 2,94 miliardi di tributi locali, ai quali lo Stato aggiunge 800 milioni di trasferimenti. Ma il Comune, solo per pagare gli stipendi 2015, ha messo in bilancio 4,43 miliardi. È da qui che nasce il deficit strutturale, che uno studio di Ernst&Young ha quantificato in 1,2 miliardi l’anno, dopo aver sommato gli oneri riconducibili ai 25 mila dipendenti comunali e ai 37 mila delle circa 50 società partecipate, con in testa Acea (energia e acqua), Ama (rifiuti) e Atac (trasporti). In totale, più di 60 mila dipendenti, che fanno del Comune di Roma una delle maggiori aziende in Italia, superiore alla Fiat, che ha 26.800 dipendenti negli stabilimenti in Italia.

L’Atac (bus e metro) è la pecora nera del Campidoglio, un vero concentrato di malgoverno: ha un organico sovradimensionato (circa 13 mila dipendenti) e un bilancio in rosso da anni. Il costo medio per dipendente è di 52 mila euro l’anno, ben 18 mila euro più del costo medio di un dipendente statale. La scarsa produttività e la pessima gestione ne hanno fatto un’azienda di trasporto tra le più inefficienti al mondo: i ricavi da biglietti e abbonamenti coprono soltanto il 23% dei costi, così che l’Atac sta in piedi soltanto grazie alle tasse pagate dai romani, compresi quelli che non prendono il bus o la metro.

Nel fare la storia del debito cumulato dal Campidoglio, lo studio Ernst&Young ha fissato le seguenti tappe: Francesco Rutelli entra in carica quando il debito è a 3,6 miliardi e lascia quando è salito a 5,9. ll suo successore, Walter Veltroni, fa del suo meglio, aggiunge un altro miliardo e 21 milioni, e porta il debito a 6,95 miliardi. Qui (siamo nel 2008) arriva Gianni Alemanno, che accusa Veltroni di avere occultato più di un miliardo di debiti, ma lui fa anche peggio, e il debito sale a 22,5 miliardi nel 2010, per poi scendere a 14,1 miliardi nel 2014 e a 13,6 miliardi oggi, dopo il passaggio di Ignazio Marino. A conti fatti, a Roma destra e sinistra hanno saputo fare solo debiti..

Per evitare il default, subito dopo l’insediamento (28 febbraio 2014), il governo di Matteo Renzi ha varato il cosiddetto decreto Salva Roma tris, che prevede ogni anno, fino al 2048, un salvagente di 500 milioni, di cui 300 a carico dello Stato e 200 a carico dei contribuenti romani, ormai i più tartassati in Italia. Nessun sindaco, finora, ha messo mano agli sprechi, , che secondo uno studio di Daniele Frongia funzionario Istat e presidente della Commissione speciale per la riforma della spesa di Roma Capitale, ammontano a un miliardo 101 milioni l’anno. «L’abisso finanziario in cui si trova il Campidoglio», ha dichiarato di recente Frongia, «è frutto di anni e anni di amministrazione distratta nel migliore dei casi, connivente o corrotta nel peggiore». Viste le case in centro affittate dal Comune a dieci euro al mese, viene da dire: buona la seconda. E tutti a casa!

Pubblicato su Italia Oggi/ MF/Milano Finanza, quotidiano diretto da Pierluigi Magnaschi

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