L'analisi di Imen Ben Mohamed, esponente di Ennahda e membro del Parlamento tunisino

Parlare della Tunisia è come parlare dell’ultima speranza di un vero processo di democratizzazione. Dopo la rivoluzione, la capacità della classe politica e della società civile di scegliere la via del dialogo come alternativa alla violenza per uscire dalle crisi politiche, ha fatto sì che la Tunisia meritasse il premio Nobel per la pace, un vero esempio di brillante percorso di democratizzazione. Ennahda, Partito della rinascita (formazione democratica di ispirazione islamica, una sorta di Democrazia cristiana), ha avuto – e sta avendo tuttora – un ruolo fondamentale per la stabilizzazione del Paese, grazie sia alla sua flessibilità politica e capacità di fare grandi compromessi sia alla visione strategica per il futuro democratico della Tunisia. Il partito Ennahdha ha sempre sostenuto la formazione di un governo di unità nazionale, già nel 2011. Dopo l’assassinio nel 2013 di Mohamed Brahmi, deputato e leader politico, ha lasciato il potere per evitare che si acuisse una forte polarizzazione politica e ideologica. Alle presidenziali del 2014 ha rinunciato a presentare un proprio candidato, accettando di entrare nel governo di Nidaa Tunis, l’attuale partito di maggioranza, insieme ad altri due partiti, con una partecipazione simbolica che non rispecchia il suo peso politico nel Parlamento e nella società; una scelta politica per dare un maggior supporto al governo chiamato ad affrontare grandi sfide economiche e di sicurezza.

La Tunisia ha concluso il suo processo di transizione politica ma ha ancora in corso una transizione economica e sociale, un percorso difficile visto il vento che tira nella regione sia a livello economico sia di sicurezza; il riferimento qui è al pericolo del terrorismo che non risparmia nessun Paese nel Mediterraneo: dalla Francia alla Turchia, dal Vicino Oriente alla Tunisia, colpita proprio perché rappresenta una minaccia per l’esistenza e l’espansione di questi gruppi terroristici. Oggi sono già cinque anni dalla rivoluzione del gelsomino. Molto è stato fatto e molto è ancora da fare. Le sfide sono diverse e le priorità sono cambiate. Non si può parlare di una vera democrazia senza uno sviluppo economico. Il processo politico e la garanzia dei diritti umani sono importanti, sono le basi solide per un vero sviluppo, ma la dignità dell’uomo, la parola simbolo della rivoluzione, è anche una dignità economica e sociale.

La riforma del modello economico ereditato dalla dittatura per garantire una giustizia sociale è una priorità per la Tunisia: il paradigma attuale ha causato un grave divario regionale tra le zone interne e quelle costiere del Paese. Tale cambiamento dovrà avvenire con un pacchetto di riforme, dalle infrastrutture alle riforme istituzionali e amministrative, arrivando a quelle economiche e finanziarie che privilegino le regioni svantaggiate. Il codice degli investimenti che prevede vantaggi fiscali per incentivare gli investitori tunisini e stranieri è ora in discussione al Parlamento. Ci sono poi le riforme bancarie, la legge del partenariato pubblico-privato, la riforma del settore privato – che secondo la nostra visione rappresenta la priorità e la fonte per un vero sviluppo economico, l’apertura del mercato tunisino, il rafforzamento della cooperazione economica con l’Europa, ma anche la diversificazione dei partner economici con Africa, Stati Uniti, Asia e i vari Paesi arabi.

Queste riforme economiche rientrano anche nella strategia che sta adottando la Tunisia contro il terrorismo. Come altri Paesi della regione, è entrata nella lotta globale contro questa minaccia, una sfida non solo esterna ma anche interna. La strategia ha come obiettivo di breve periodo la lotta armata e i vari interventi militari e di Polizia contro le cellule terroristiche presenti al confine con l’Algeria e la Libia. Ci sono poi le misure adottate per prevenire eventuali infiltrazioni terroristiche, tra cui il sistema elettronico per il controllo delle frontiere con la Libia, il filo spinato e i fossi scavati lungo il confine per bloccare anche la rete di contrabbando, molte volte legata proprio al terrorismo. Importante anche la cooperazione a livello militare e di intelligence con l’Ue – soprattutto Italia e Francia – e con Paesi vicini come l’Algeria.

Uno sviluppo economico assente e la povertà hanno avuto come conseguenza principale la radicalizzazione di tanti giovani che, spinti dalla disperazione, si arruolano con i gruppi terroristici in cambio di denaro. Contro un’ideologia estranea e violenta non può mancare la lotta culturale, fatta di attività artistiche, sportive e religiose, con un’interpretazione dell’Islam moderna e aperta che, come ha fatto nel tempo, contribuisca alla modernizzazione della società tunisina e rappresenti l’antidoto all’ideologia terrorista. Le sfide sono molte e la responsabilità politica è condivisa da tutti: partiti politici e società civile. Il ruolo che ha Ennahda, essendo l’unico partito forte e stabile sulla scena politica dopo la crisi di Nidaa Tunis, è molto importante.

La Tunisia ha bisogno più che mai di un vero piano di sostegno economico, una specie di piano Marshall. Investire realmente nel modello democratico non può essere solo un investimento politico, ma deve essere soprattutto un vero investimento economico, che non può avvenire senza il sostegno dei nostri partner europei, con i quali condividiamo la stessa storia e un futuro comune. Il destino della sponda nord del Mediterraneo è legato al destino di quella sud, il successo del modello democratico in Tunisia, la stabilità in Algeria e soprattutto la riuscita della soluzione politico-diplomatica in Libia aiuterebbe molto la stabilità nella regione e faciliterebbe sicuramente la lotta contro il terrorismo che sta minacciando il nostro mare. Molti sono i campi di collaborazione con l’Italia, ma c’è una priorità comune che minaccia la nostra reciproca stabilità: la Libia. Per la soluzione della crisi libica, la leadership italiana della comunità internazionale e la sua cooperazione con la Tunisia sono elementi fondamentali.

(Articolo pubblicato sul numero di formiche di marzo)

 

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