Per la terza volta nella sua carriera il regista Saverio Marconi dirige con la Compagnia della Rancia il musical “Cabaret” tratto da una commedia musicale di John Van Druten, a sua volta ispirata ad un romanzo di Christopher Isherwood.

La colonna sonora di “Cabaret”, con le musiche di John Kander e le liriche di Fred Ebb (tradotte in italiano da Michele Renzullo), è entrata a far parte della storia del musical grazie a celebri brani come Wilkommen, Money, Maybe, This time e Life is a cabaret. Famosissimo anche l’omonimo film del 1972 con Liza Minnelli che ricevette l’Oscar come migliore attrice protagonista e divenne una icona internazionale del musical.

Lo spettacolo si apre nel locale berlinese “Kit Kat Klub”. Giampiero Ingrassia, figlio d’arte distintosi già con la Compagnia della Rancia nel ruolo del Dottor Frankestein per due stagioni consecutive, interpreta il maestro di cerimonie (con uno smoking nero ed il trucco bianco e nero, modello Joker) e comincia a cantare “Wilkommen” dando così il benvenuto agli spettatori-avventori. Ma l’insegna luminosa del Cabaret pende da un lato del palcoscenico, perde la sua luminosità e lascia presagire qualcosa di funesto.

Nella Berlino degli anni ’30, Sally Bowles, impersonata da Giulia Ottonello, la giovane vincitrice della seconda edizione di Amici, è la fragile e bizzarra star del club che inizia una relazione turbolenta con lo scrittore americano Cliff Bradshaw (Mauro Simone). Le loro vite si intrecciano con quelle di altri personaggi (Altea Russo-Fräulein Schneider e Michele Renzullo-Herr Schultz – insieme in una romantica e drammatica storia d’amore; Valentina Gullace-Fräulein Kost e Alessandro Di Giulio-Ernst Ludwig), mentre sullo sfondo si comincia ad intravedere e capire la barbarie del nazismo.

Gli attori sono tutti bravissimi e la scenografia, le coreografie ed i costumi risultano di grande effetto in un progressivo acuirsi del contrasto fra la leggerezza del cabaret e la pesantezza-violenza del nazismo, binomio rappresentato molto bene dalla coppia Sally-Cliff, tra superficiale inconsapevolezza e amara consapevolezza di ciò che ci circonda. Sicuramente lo spettacolo fa riflettere su una triste verità: l’uomo vorrebbe che la vita fosse un cabaret, ma purtroppo, prima o poi, deve fare i conti con la realtà.

 

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