I diktati della Bce mandano in fumo la prospettata fusione tra Banca Popolare di Milano e Banco Popolare di Verona. E’ questa la prospettiva più certa dopo l’ennesima lettera giunta dalla Vigilanza della Banca centrale sul progetto di fusione tra i due istituti.

I PALETTI DI FRANCOFORTE

La Bce – ha comunicato oggi la Banca milanese -” ha richiesto alle parti di trasmettere alla stessa entro un mese un piano industriale pluriennale nonché bozza dello statuto della società risultante dalla potenziale operazione di fusione. La BCE ha evidenziato che, qualora fosse realizzata l’operazione, la società risultante dalla fusione, che diverrebbe la terza banca del Paese, coerentemente con il ruolo che andrebbe a coprire nel mercato italiano, dovrebbe avere sin dall’inizio una forte posizione in termini di capitale e qualità degli asset, anche per il tramite di appropriate “capital action””. In relazione alla governance, “BCE – si legge nel comunicato – ha indicato che il soggetto risultante dall’eventuale operazione di aggregazione dovrebbe tener conto delle migliori prassi volte ad assicurare una governance chiara ed efficiente, in particolare in relazione al funzionamento degli organi sociali (Assemblea, Consiglio di Amministrazione e Comitato Esecutivo). Inoltre, nell’ambito della potenziale operazione, non potrà essere previsto il rilascio di nuove licenze bancarie in relazione a soggetti diversi da quello risultante dalla potenziale operazione di aggregazione”.

IL SENTIMENTO DEL MERCATO

Anche se a Milano banchieri, advisor e consulenti legali hanno lavorato fino a notte fonda, la fusione tra la Bpm e il Banco Popolare è ormai a un passo dal flop. A decretarlo sono stati la Bce, i soci di Piazza Meda e i mercati che ieri hanno penalizzato entrambi i titoli con un ribasso rispettivamente del 5,56% (Bpm) e del 14,19% (Banco).

LA STRADA DELLE CESSIONI

Dal punto di vista di Francoforte starà al nuovo gruppo individuare le strategie per raggiungere questi obiettivi, anche se la prospettiva di un aumento di capitale stimato dagli analisti intorno a 1,5 miliardi è concreta. La via delle cessioni appare infatti troppo incerta e, oltretutto, finirebbe per privare il nuovo gruppo dei gioielli di famiglia a partire, ad esempio, dalla quota detenute in Agos Ducato e Anima. La trattativa era ancora formalmente in piedi, ma i margini di successo apparivano già alquanto risicati. Anche perché – scrive oggi il quotidiano Mf/Milano Finanza – l’intenzione dei vertici delle due banche sarebbe comunque quella di evitare nuovi rinvii e di assumere una posizione definitiva in tempi brevi. I consigli sarebbero già stati pre allertati e annunci importanti sono attesi nel corso dell’assemblea del Banco convocata per domani a Lodi.

IL REPORT DI EQUITA

La posizione degli analisti comunque appare già molto netta: «Secondo noi se entro fine mese la Bce non dovesse dare l’approvazione informale alla fusione l’operazione dovrebbe considerarsi definitivamente tramontata», spiegava ieri Equita. Lo scetticismo del mercato insomma è già forte, anche perché, a parte la lettera del Bce, altri elementi giocano oggi a sfavore del matrimonio. Ad esempio la discesa in campo del numero uno di Investindustrial, Andrea Bonomi, che per la Bpm potrebbe essere il cardine di un progetto industriale alternativo alla fusione con il Banco.

IL RUOLO DI BONOMI

Contattato probabilmente dai pensionati di Piazza Meda, il finanziere milanese potrebbe essere il candidato alla presidenza della banca nell’assemblea del 30 aprile, ha scritto oggi Luca Gualtieri di Mf/Milano Finanza. Oltre a dipendenti e sindacati interni e nazionali, la coalizione potrebbe allargarsi ad altri stakeholder di Piazza Meda, costruendo intorno a Bonomi a un consenso maggiore di quello registrato nella prima elezione dell’autunno 2011. Non si tratterebbe comunque di un’operazione concepita contro il Banco Popolare o contro l’amministratore delegato Giuseppe Castagna.

NUMERI E SCENARI

Al contrario l’intenzione sarebbe quella di unire le diverse anime della cooperativa attorno a un progetto di rilancio industriale che si ponga in continuità con quanto fatto finora. Bonomi potrebbe infatti diventare azionista di Bpm con una quota che, secondo ipotesi formulate ieri da Equita, potrebbe aggirarsi attorno al 5%. In questo modo si andrebbe a creare un nocciolo duro in grado di stabilizzare la governance in vista della trasformazione in spa e pilotare la banca verso nuovi obiettivi industriali. Ad esempio, non si escludono una o più operazioni che facciano di Bpm un polo aggregante. Rumors di mercato dicono che ad esempio Bonomi possa puntare a Carige o a Veneto Banca.

(Pubblicato su MF/Milano Finanza, quotidiano diretto da Pierluigi Magnaschi)

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