Il Bloc Notes di Michele Magno

Ho letto con interesse l’estratto del saggio di padre Francesco Occhetta sul dramma dell’usura, pubblicato ieri su queste colonne. Chi scrive, due mesi fa vi aveva dedicato un Bloc Notes, recensendo un saggio Jacques Le Goff (“La borsa e la vita. Dall’usuraio al banchiere“, Laterza, 2013). Mi sia consentito di tornare sull’argomento, ma questa volta per smontare un radicato pregiudizio storico, che lega strettamente l’immagine dell’usuraio a quella dell’ebreo. Le Goff lo demolisce in un paio di pagine da far leggere in tutte le scuole italiane.

Fino al dodicesimo secolo, il prestito a interesse che non metteva in gioco somme considerevoli era in effetti nelle mani degli ebrei, in quanto non avevano libero accesso alle attività produttive. Non restava loro altro, con l’eccezione di alcune professioni liberali come la medicina, che far rendere il denaro, al quale peraltro il cristianesimo negava ogni fecondità.

La scena cambia quando il progresso degli scambi sollecita un forte sviluppo del credito. Va aggiunto che la condizione degli ebrei era peggiorata già verso l’anno Mille e poi nel periodo delle crociate, ad opera soprattutto delle masse in cerca di capri espiatori delle calamità – guerre, carestie, epidemie che devastavano l’Europa. L’esplosione delle rivolte popolari aveva rinfocolato l’ostilità antiebraica della Chiesa. Gli usurai cristiani erano giudicati dalle “Ufficialità”, tribunali ecclesiastici di solito indulgenti nei loro confronti, che lasciavano a Dio il compito di punirli con la dannazione. Ma ebrei e stranieri dipendevano dalla giustizia laica, assai più dura e intransigente. La repressione parallela dell’ebraismo e dell’usura, pertanto, contribuiva sia ad alimentare spinte antisemite, sia a rendere ancor più tetra l’iconografia dell’usuraio ebreo.

Beninteso, l’usuraio cristiano restava pur sempre un peccatore. L’usura era un furto, dunque l’usuraio era un ladro. Ma era un ladro speciale, perché rubava a Dio. Egli vendeva il tempo che intercorre tra il momento in cui prestava il denaro e il momento in cui veniva rimborsato con l’interesse. Ma il tempo non apparteneva che a Dio. Ladro di tempo, l’usuraio era quindi un ladro del patrimonio di Dio. C’è un’altra categoria professionale che allora subisce un’accusa simile: sono i docenti universitari che, al di fuori del circuito dei monasteri e delle cattedrali, insegnavano a studenti da cui ricevevano una retribuzione, la “collecta”. San Bernardo (1090-1153) li aveva censurati come “venditori e mercanti di parole”, poiché vendevano quella scienza che – al pari del tempo – non apparteneva che al Creatore.

Inoltre, l’Alto Medioevo aveva messo all’indice numerosi mestieri, legati agli ancestrali tabù del sangue, della sporcizia e del denaro: osti, macellai, chirurghi, prostitute, notai, mercanti; ma anche sellai, calzolai, giardinieri, cambiavalute, sarti, mugnai. Un altro criterio, più strettamente cristiano, faceva riferimento ai sette peccati capitali. Albergatori, tavernieri e giocolieri favorivano la dissolutezza. L’avarizia caratterizzava i mercanti e gli uomini di legge, la gola il cuoco, la superbia il cavaliere, l’accidia il mendicante. Il tredicesimo secolo e il suo sistema teoretico – la Scolastica – si preoccupano invece di venire incontro all’evoluzione dei costumi e riabilitano molteplici occupazioni, distinguendo quelle illecite per natura da quelle che lo erano solo occasionalmente. L’usuraio non trae vantaggio da questa nuova casistica. Insieme al giocoliere e alla prostituta, sarà l’unico a essere condannato “in sé”, anche se mercante. Gli usurai che compaiono nell’Inferno di Dante sono mercanti-banchieri di primo piano: i Gianfigliazzi e gli Obriachi, gli Scrovegni, Vitaliano del Dente, podestà nel 1307. Il mercante medievale, insomma, è perennemente in odore di usura.

Secondo Giacomo di Vitry (1160/70-1240), spietato avversario degli Albigesi, “Dio ha istituito tre specie di uomini: i contadini e i lavoratori per assicurare la sopravvivenza degli altri, i cavalieri per difenderli, i chierici per governarli; ma il diavolo ne ha istituito una quarta specie, quella degli usurai” (“Sermones vulgares”). Nello schema tripolare del predicatore francese, l’usuraio – prima di essere la preda di Satana – era il suo amico terreno. Specie se ebreo.

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