Trivelle, ecco come la Corte fa politica

Trivelle, ecco come la Corte fa politica
L'analisi di Gabriele Rosana

Quo usque tandem, iudex, abutere patientia legislatoris? Se la politica lancia senza troppe remore i suoi strali all’indirizzo della mai amata magistratura, quando la frizione sale ai piani alti – coinvolgendo la Corte costituzionale – lo scontro si sposta al livello del galateo istituzionale, ma anche dell’opportunità politica. Spesso i giudici non si arrestano di fronte a decisioni che coinvolgono scelte fondamentali d’indirizzo politico, orientandone gli approdi verso lidi opposti rispetto a quelli prefigurati dagli organi di direzione politica.

L’ultima pronuncia della Consulta che impensierisce non poco Palazzo Chigi (e fa esultare i presidenti di Regione che hanno cercato lo scontro diretto, su tutti Emiliano, caudillo di Puglia) riguarda l’ammissibilità del referendum abrogativo della norma che esenta dal divieto di esplorare e trivellare in mare coloro che siano già provvisti del titolo abilitativo e fino all’esaurimento dei giacimenti. La sentenza depositata il 2 febbraio scorso per la gioia dei no-triv incrocia un’altra delicata questione ambientale, anch’essa oggetto di roventi scambi di carte bollate: il Muos di Niscemi, la base statunitense posta nel cuore della Sicilia e impiegata per migliorare la trasmissione e l’acquisizione dei dati emessi dai droni addetti alla sicurezza nel Mediterraneo. È di tutta evidenza come, pur provocando legittime resistenze per le potenziali lesioni del diritto alla salute delle popolazioni locali, con la base militare a stelle e strisce i giudici si trovano fra le mani una patata più che bollente, che coinvolge, insieme alla questione strettamente giuridica, le scelte di alleanza strategica e la politica estera e di difesa del Paese.

Il valzer attorno all’Ilva di Taranto ha aperto una vera e propria autonoma saga, tirando in ballo nelle aule di giustizia delle politiche industriali strategiche e fondamentali per il Paese. Sul filone della finanza pubblica, invece, la sentenza n. 70 del 2015, che ha dichiarato l’incostituzionalità del blocco delle perequazioni pensionistiche disposto dalla legge Fornero, si è tradotta in una doccia fredda per gli speranzosi richiami alla crescita (dopo la dieta a base di austerità) da parte del governo, ritrovatosi con un buco nei conti pubblici, scavato dalla Consulta, tradendo una volontà politica che aveva semmai insistito sulla solidarietà intergenerazionale.

C’è da augurarsi che la Corte trovi quel delicato equilibrio che le consenta di esercitare la sua funzione di giudice della libertà, ma nel rispetto del quadro istituzionale entro cui opera e s’iscrive, lungi dall’essere monade solitaria che ragiona di principi astratti. È altrimenti sempre incombente il rischio che sia la politica a tirare la corda facendo ricorso a rimedi più ruvidi. Non proclami antisistema, ma prove di forza che la storia ricorda anche da parte di statisti democratici: per vincere le resistenze della Corte suprema sul New deal, il presidente Franklin Delano Roosevelt prospettò un pacchetto d’incremento dei giudici che avrebbe ridotto il peso dei membri più conservatori, schierati a tutela dello status quo. Non ce ne fu bisogno.

(articolo pubblicato sull’ultimo numero della rivista Formiche)

ultima modifica: 2016-03-17T13:01:29+00:00 da Gabriele Rosana

 

 

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