L'analisi di Alessandro Fontana e Luca Paolazzi del Centro Studi Confindustria

I vincoli europei alla politica di bilancio pubblico (inclusi nel Patto di stabilità e crescita) dal 2005 sono determinati sulla base dell’andamento di un parametro di bilancio non osservabile: il saldo strutturale. Questo è il saldo di bilancio pubblico depurato dagli effetti del ciclo economico (il bilancio tende a migliorare nelle fasi di crescita del PIL per effetto di un aumento delle entrate fiscali e di una riduzione delle spese per la protezione sociale, viceversa se il PIL diminuisce) e delle misure una tantum e temporanee, che esercitano effetti transitori sul bilancio.

La componente ciclica del saldo di bilancio delle amministrazioni pubbliche si ottiene moltiplicando un parametro di sensibilità al ciclo economico del saldo di bilancio stesso per la differenza tra PIL effettivo e potenziale (l’output gap). Il PIL effettivo e il saldo nominale di bilancio sono direttamente misurabili, mentre l’output gap non lo è perché non lo è il PIL potenziale, cioè il prodotto che si otterrebbe con il massimo impiego possibile dei fattori produttivi (capitale e lavoro) senza generare spinte inflazionistiche.

Le implicazioni che derivano dalla stima del PIL potenziale sono, dunque, molto rilevanti per la politica di bilancio: una sua sottostima produce un output gap più basso che a sua volta comporta deficit strutturali più elevati richiedendo così aggiustamenti di bilancio più consistenti. Inoltre, la possibilità di utilizzare i margini di flessibilità previsti nell’ambito del Patto di stabilità e crescita dipende essa stessa dalla dimensione dell’output gap.

Esistono diversi modi per calcolare il PIL potenziale e, quindi, il saldo strutturale: quello scelto dalla Commissione europea conduce a una valutazione più bassa del PIL potenziale, rispetto alle metodologie usate da OCSE e FMI, per i paesi che hanno registrato recentemente forti aumenti di disoccupazione. Cosicché ne risultano anche saldi strutturali peggiori: in Italia tra il 2013 e il 2017 sono in deficit e mai inferiori allo 0,9% del PIL, addirittura pari all’1,5% nel 2016. Per l’FMI il saldo strutturale sarebbe invece in diminuzione dal 2014 e raggiungerebbe il pareggio nel 2017; per l’OCSE era già in pareggio nel 2014, rimanendoci, di fatto, per tutto l’arco temporale considerato.

La metodologia utilizzata dalla Commissione è soggetta a due principali problematiche: eccessiva pro-ciclicità, poiché calcola un tasso di disoccupazione strutturale prossimo a quello osservato; non coglie gli effetti delle riforme sul PIL potenziale. Questi aspetti, al momento all’attenzione della Commissione, dovrebbero portare a una revisione della metodologia e, quindi, a cambiare l’impostazione della politica di bilancio basata su questo elemento.

Qui la nota completa del Centro Studi Confindustria.

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