La risposta di Mariangela Pani ad Alessandra Servidori sul silenzio delle donne sull'utero in affitto

Cara Alessandra

Rispondo con piacere alla tua lettera che solleva un problema importantissimo. Come donne, negli ultimi 50 anni, abbiamo saputo conquistarci il diritto di dire la nostra su temi importanti e anche apparentemente ‘distanti’ dal mondo femminile. Abbiamo stigmatizzato prima le autorità paterne opprimenti, quelle maritali, abbiamo detto la nostra sulla pubblicità, sull’immagine della donna nei media, abbiamo lottato e imposto regolamenti che rispettassero i nostri bambini nella vita pubblica e nella comunicazione, siamo entrate nei templi maschili delle professioni e della politica, conquistando spazi che ci competevano di diritto.

E ora, su un tema così importante, così intimo mi viene da dire, come quello dell’ utero in affitto (io lo chiamo così perché maternità surrogata mi sembra fin troppo nobilitante), tutte zitte?

No tutte zitte no, in verità. Snoq ha preso posizione contro tale aberrante pratica, ma poi il cosiddetto politically correct ha preso il sopravvento e abbiamo assistito nel Paese  e nel Parlamento a un dibattito demenziale dove tutti straparlavano e dove i piani dei diritti, dei desideri e del buon senso si accavallavano pericolosamente.  Da una parte e dall’altra, perché affidare a Giovanardi le ragioni del contrasto a una pratica secondo me peggiore del mercimonio, non è stata certo una buona idea.

In una bellissima intervista trasmessa da Sat2000 Giuseppe De Rita ha detto che veniamo da 20 anni in cui ha trionfato il super-individualismo a scapito della collettività civile. Un super-individualismo che di per sé non è un valore negativo ma che lo diventa quando perde per strada la responsabilità. Ed ecco che le scelte senza responsabilità trasformano i desideri in diritti. Una parte della risposta a quanto stiamo vivendo sta qua.

Un altro pezzo di risposta deve venire da noi donne, dalle associazioni. Manca un vero confronto su questo tema e soprattutto, scusa se faccio un passo indietro, sul tema dell’omosessualità. In questi giorni, io che ho 58 anni mi sentivo tornata indietro di 30 anni. Sull’omosessualità, si sono sentiti solo luoghi comuni, triti e ritriti senza che si potesse sollevare un dubbio, una perplessità sul modus vivendi di una simile relazione. Perché guai. E’ demonio.

Abbiamo dato per scontato di sapere tutto e invece sappiamo poco finché ci confrontiamo solo con prese di posizione acquisite.

Francamente anch’io come te sono rimasta sconcertata da chi si professava a parole contro l’utero in affitto e poi tifava per la stepchild adoption. Meno male che qualcuno come Beppe Vacca, ha sollevato dubbi e non ha scagliato anatemi contro chi non voleva legittimare pratiche di questo tipo. Ma lui è un filosofo, uno storico. Chi sta al Parlamento avrebbe il dovere di essere chiaro e leggere quello che scrive, almeno.

Speriamo che ora se ne possa parlare con più lucidità. Ma temo di no. E mentre qui si scambiano le pere con le mele, nel mondo si è già fiutato il business. In America, in Canada, in Australia spuntano come funghi agenzie che ti procurano madri surrogate. E dove ti puoi scegliere l’ovulo giusto – come è già successo – perché sia mai che il bambino poi ha tratti messicani o thailandesi. Un orrore, lontano anni luce da quello che si chiama amore che ogni madre prova per i figli, prima ancora che nascano e prima ancora di sapere se saranno maschio o femmina, bruni o biondi.

Alcuni che sono ricorsi all’utero in affitto hanno detto che non è il profitto a muovere le donne che partecipano a questa operazione, ma un’”economia del dono”. Ma quale economia del dono sarebbe mai questa? Genevieve Vaughan massima teorica della gift economy, dice esattamente l’opposto: sono le radici materne che mettono in moto l’economia del dono. La pratica materna, basata su complesse interazioni di doni e al cui interno hanno un ruolo attivo sia la madre che i piccoli, permette la continuità della vita. Tali relazioni primarie costituiscono le fondamenta di un’economia ricca di significati e capace di creare comunità. E’ questa economia alternativa al mercato e al patriarcato che nelle società indigene equalitarie sopravvive ancora ma che, a livello globale, viene continuamente sfruttata e screditata dal sistema dominante. Molte sono le persone e i movimenti che cercano di attuare un’economia alternativa, ma le radici materne dell’economia del dono spesso non sono riconosciute.

Speriamo cara Alessandra di avere tempi, luoghi e modi per ragionare. Perché degli slogan, francamente, non se ne può più.

Ti voglio bene un caro abbraccio,

Mariangela

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