Il presidente della Bce non si è fatto intimidire. Ma si può concludere che oggi la Bce sia più forte? Non proprio. Ecco perché. Il commento dell'editorialista Stefano Cingolani

La Bce ha lasciato i tassi invariati, come era da aspettarsi, ma ha anche annunciato che di qui a marzo 2017 resteranno allo stesso livello o anche inferiori. Dunque, il mercato sa con certezza quale sarà la politica monetaria a medio termine, non gli resta che adeguarsi. Mario Draghi ha anche detto che è cominciata l’espansione del Qe, cioè dell’acquisto di titoli mensili a 80 miliardi di euro. Quindi, tutto come previsto, nessuna novità. Ma inutile negare che l’attesa era un’altra: Draghi avrebbe risposto e come alle accuse pesanti e personali arrivate contro lui dai politici tedeschi?

Ebbene super Mario non ha deluso le aspettative, ha risposto e per le rime. “Credete che se qui ci fosse un presidente non italiano si comporterebbe in modo diverso?”, ha detto. “Ebbene no, avrebbe fatto la stessa politica. Del resto lo ha ammesso anche il mio predecessore Jean-Claude Trichet: se fossi al posto di Draghi agirei come lui”. E uno. Ma non basta. Al giornalista tedesco che si faceva interprete delle preoccupazione dei suoi compatrioti, dei “risparmiatori tedeschi”, sull’impatto dell’acquisto di titoli sui loro portafogli, ha rimbeccato che finora ci hanno guadagnato. E due. Ai soloni e ai governi che criticano la politica monetaria espansionistica, ha ribattuto che “la politica monetaria è stata l’unica a sostenere la crescita negli ultimi quattro anni”. E tre. A Wolfgang Schaeuble, il ministro delle Finanze tedesche ha replicato che “la Bce lavora per tutta l’eurozona e non solo per la Germania”. E quattro. “Un certo tipo di critiche politiche non fanno che minare la indipendenza della Bce. Ma noi restiamo indipendenti rispetto alla politica”. E cinque.

Dunque, Draghi non ha affatto abbassato la testa, continua per la sua strada, non si fa intimidire né ricattare. Il governo tedesco è in minoranza oggi come oggi nella Bce e deve accettarlo. Non solo. E’ sempre più evidente che il tipo di critiche, per lo più pregiudiziali, hanno messo in imbarazzo la stessa Bundesbank. Jens Weidmann che è una persona intelligente, più giovane di  Schaeuble e di Draghi e politicamente più vicino ad Angela Merkel della quale è stato consigliere, si rende conto che alla lunga questo tipo di attacchi non solo attentano alla autonomia della Bce, ma si ritorcono anche contro la banca centrale tedesca chiamata ad assecondare le voglie di una opinione pubblica gretta e sempre più parrocchiale.

Schaeuble era andato molto in là nelle accuse, ben oltre una critica di natura tecnica sugli effetti dei tassi negativi sulle banche o economica a proposito del dilemma inflazione/deflazione. No, il ministro delle Finanze aveva accusato esplicitamente la Bce di essere corresponsabile dell’ascesa del partito nazionalista Alternative fuer Deutschland. I vertici della banca, ha rimbeccato Draghi, obbediscono “alle leggi” e non ai politici, aggiungendo che “il consiglio direttivo difende unanimemente l’indipendenza della banca centrale e l’adeguatezza” della sua attuale politica monetaria. La Bce, ha chiarito, ha un mandato “per l’intera Eurozona”, non per la sola Germania. Durante il loro recente incontro a Washington per le riunioni del Fondo monetario, ha tenuto a precisare Draghi, ha avuto con Schaeuble un chiarimento “positivo, sincero, pacato e molto amichevole”. Il ministro è poi “tornato sulle sue parole”. Draghi ha inoltre smentito che la banca abbia mai discusso di helicopter money, cioè “di finanziamenti diretti alle famiglie”, perché sarebbe piena di difficoltà anche di ordine legale. Proprio questa ipotesi aveva subito un vero e proprio fuoco di fila di critiche in Germania.

Si può dire, insomma, che Draghi non si è fatto intimidire. Ma si può concludere che oggi la Bce sia più forte? Non proprio. Non solo perché la Germania resta sempre l’azionista di maggioranza relativa, ma anche perché il fuoco di fila ha lasciato i segni e continuerà. Se la politica monetaria non riporterà in alto, vicino a un aumento del due per cento, la curva dei prezzi, diventerà più forte la voce di chi dice “a che serve” il Qe, anzi “a chi serve”. Se, poi, l’economia europea non uscirà dal suo torpore, non basterà accusare i governi di non aver fatto abbastanza, perché saranno i governi i quali, per salvare se stessi, spareranno sul pianista.

Il quantitative easing in Europa è meno efficace rispetto agli Stati Uniti per due motivi fondamentali: il primo è che nel Vecchio continente manca un mercato finanziario sviluppato, tutto passa per le banche che sono una vera foresta pietrificata dalla paura di una nuova crisi e dalle proprie debolezze strutturali; la seconda ragione è che i fattori di produzione, lavoro e capitale, sono meno flessibili, quindi reagiscono più lentamente agli impulsi della politica monetaria. Ciò aggiunge frecce all’arco dei nemici di Draghi i quali sostengono che solo una politica dell’offerta (cioè riforme strutturali che rendano più efficienti i mercati) può rimettere in moto l’economia.

Tralasciando la discussione se bisogna o no fare anche una politica della domanda (come il buon senso oggi suggerisce), va sottolineato che così si cade in un tipico circolo vizioso: l’economia non riparte perché è poco flessibile, ma nessun governo ha il coraggio di riformare l’economia per renderla davvero più flessibile (nemmeno il governo tedesco per esempio sul mercato dei servizi), perché sa che questo gli costerebbe il posto. Ancora una volta, il cerino resterà in mano alla banca centrale, e la politica imbelle getterà benzina sul fuoco. Inutile girarci attorno: qui è Rodi, ma nessuno ha voglia di fare il salto.

Stefano Cingolani

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