Il commento di Domenico Cacopardo, magistrato ed editorialista

L’approvazione della riforma costituzionale e la scomparsa di Gianroberto Casaleggio sembrano già archiviati di fronte all’imporsi del problema del giorno: l’imminente chiusura del Brennero da parte dell’Austria.

Il problema – che noi italiani, con l’atavica furbizia, abbiamo esorcizzato per anni – ci si ripropone in tutta la sua drammaticità.

Le conseguenze, infatti, della decisione austriaca sono facilmente immaginabili: il ristagno in Italia di qualche centinaio di migliaia di immigrati e profughi (oggi, nei centri di accoglienza ce ne sono 150mila), mentre continueranno ad arrivarne altrettanti. Secondo le regole più recenti dell’Unione, tutta questa gente disperata dovrebbe essere ricoverata negli hot-spot che, più che luoghi di raccolta, dovrebbero essere veri e propri campi di prigionia, nei quali gli ospiti dovrebbero fermarsi sino al momento in cui non saranno deportati nei paesi di provenienza (o in Turchia) o, per coloro cui sarà stato conferito lo status di profughi, non saranno suddivisi tra i vari stati dell’Unione secondo numeri e contingenti strettamente definiti (in entità assolutamente modeste, salvo che per la Germania).

È l’Italia pronta ad allestire e a gestire i campi di concentramento necessari per accogliere (si fa per dire) qualche centinaio di migliaia di poveri disgraziati?

Prima di dare la risposta, vogliamo appellarci alla ragione e al realismo, più che ai sentimenti di carità e di solidarietà che, in linea di principio, debbono esulare dalla visione dello Stato (che dovrebbe adottare le leggi e farle rispettare).

Ragione e realismo ci dicono che l’Italia non è nelle condizioni di apprestare questi hot-spot – campi di concentramento per una serie di evidenti ragioni giuridiche, tecniche e umane.

Il diritto italiano, dalla Costituzione all’ultime delle leggi del codice penale e del diritto amministrativo vieta la restrizione (cioè l’imprigionamento) di persone il cui reato (ormai abolito) sarebbe quello di immigrazione clandestina. Certo, ci sono altre ragioni per le quali un cittadino e un noncittadino possono essere imprigionati ma derivano da diverse reità, per le quali siano previste pene detentive.

Le ragioni tecniche sono sotto gli occhi di tutti: c’è chi pensa che la scadente macchina burocratica del ministero dell’Interno può organizzare qualcosa di simile agli hot-spot vagheggiati dall’Unione Europea? Anche perché tutti sanno che il trattenimento degli eventuali ospiti può derivare solo da scelte volontarie degli stessi.

Infine (ma concretamente al primo posto) c’è il sentimento caritatevole della maggioranza degli italiani che respingono l’ipotesi campi di concentramento e deportazione come espressione di un’umanità feroce e inumana.

I nuovi ritmi assunti dagli arrivi nelle ultime settimane dimostrano come la chiusura della rotta balcanica e la deportazione (in piccoli numeri) dalla Grecia alla Turchia abbiano già da subito incentivato l’utilizzazione della rotta libica, già preferenziale per l’area sub-sahariana e per il Magreb.

In questa situazione, il governo italiano non può continuare a tacere, fingendo una sorta di formale ossequio nei confronti dell’Unione Europea e del suo atteggiamento sostanzialmente xenofobo.

E non perché non riteniamo di difficile assorbimento un’ondata così intesa di arrivi. Nemmeno perché riteniamo che tutta questa povera gente abbia diritto di entrare nel nostro territorio.

Solo perché l’Italia, con la sua Costituzione e le sue leggi è aperta nei loro confronti e coloro che vogliono chiudere i varchi con la forza sono un’esigua minoranza di cittadinanza e di elettorato.

Certo, c’è da allargare e approfondire il contenzioso con l’Europa, mai così lontana dai problemi concreti, mai così vicina alla dissoluzione. I burocrati che oggi vogliono le deportazioni e che scrivono le direttive di attuazione sono gli stessi che ieri ci hanno vessato con assurde e dannose richieste economiche e finanziarie, gli stessi che misurano le dimensioni delle banane, proprio gli stessi nei confronti dei quali alcuni governanti italiani, segnatamente Monti e Enrico Letta, nutrivano un timore reverenziale fondato sul nulla.

Mentre, dunque, dobbiamo apprestarci a diventare come la Grecia (e peggio della Grecia) il deposito di un’umanità dolente e disperata, dovremmo pensare a dimensionare le nostra capacità di soccorso e di gestione sull’entità del fenomeno previsto.

Sarebbe un caso più unico che raro che un governo italiano si preparasse ad affrontare un’emergenza non ancora manifestatasi nella sua drammatica dimensione, un atto di preveggenza insolito in un Paese in cui i politici per decenni hanno preferito gestire le calamità e i soldi che mobilitavano piuttosto che prevenirle. Ma questo deve fare Renzi se vuole risalire nello score del gradimento, affrontando l’agenda politica del 2016 con qualche probabilità di successo. Altrimenti l’avvitamento è garantito.

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