Il taccuino USA 2016 di Gramaglia

E’ complicata e contestata, ma pure affollata ed entusiasta, la campagna elettorale di Donald Trump in California, dove nelle ultime 48 ore il battistrada repubblicano è stato accolto a ogni evento da vigorose proteste. “Non è stato facile entrare”, ha ironicamente commentato ieri sera, presentandosi al pubblico che l’attendeva in un hotel di San Francisco. Fuori, la tensione era elevata: urla, spinte, fermi.

Nulla a che vedere con quanto avvenuto la sera prima a Costa Mesa: il magnate dell’imprenditoria, che vi teneva un comizio davanti a migliaia di sostenitori, è stato vivacemente contestato. Qui, siamo nel Sud della California, in quell’Orange County che è una delle più ricche dell’Unione, protagonista d’una serie tv di grande successo una decina di anni fa. E lì, fuori dall’OC Fair & Event Center, si sono ripetuti incidenti che già c’erano stati a St.Louis, a Chicago e a New York.

Una ventina le persone arrestate, dopo che la polizia, intervenuta con molta decisione, in tenuta anti-sommossa e con agenti a cavallo, ha disperso centinaia di manifestanti che avevano bloccato alcune strade limitrofe al centro congressi, danneggiando veicoli delle forze dell’ordine e lanciando sassi contro gli uomini in divisa. Vi sono stati tafferugli, ma non si sono lamentati feriti.

Trump ha la nomination a portata di mano e, da settimane, prova a mostrarsi “presidenziale”; ma continua a suscitare diffidenza e addirittura insofferenza in larga parte dell’opinione pubblica americana. Dopo la movimentata accoglienza, a San Francisco ha invitato il partito all’unità: “Sono nella posizione migliore per battere Hillary Clinton […] La strada per la presidenza è dura per i repubblicani […] Bisogna scegliere un buon candidato”.

E ha aggiunto: “Il partito repubblicano non vince più. Ma io posso vincere in Stati in cui nessun altro repubblicano vincerebbe”, cioè a New York, in Florida, nel Michigan e in Pennsylvania, dove, nelle ultime elezioni presidenziali, hanno sempre vinto i candidati democratici.

Le contestazioni di San Francisco, gli incidenti Costa Mesa sono segnali, gli ennesimi, del livello di tensione e di scontro suscitato dalla campagna elettorale per Usa 2016: le passioni pro e contro innescate da Trump, showman e provocatore, che fa del suo “parlare franco” un elemento distintivo, hanno forse precedenti solo nei contrasti nati negli Anni 60 intorno alla campagna razzista di Barry Goldwater. Anche se finora s’è per fortuna lontani dal clima di violenza omicida del ’68, l’anno degli assassinii di Martin Luther King e Robert Kennedy.

Il magnate dell’immobiliare è un catalizzatore di ostilità, ma anche di consensi. Lo dimostra il fatto che s’appresta a battere il record di voti avuti nelle primarie repubblicane che è di George W. Bush: nel 2000, il futuro presidente ottenne 10,8 milioni di suffragi. Trump ha già superato i 10 milioni e mancano ancora una quindicina di Stati, fra cui proprio la California, il più popoloso. Quattro anni fa, in tutte le primarie, Mitt Romney, il candidato repubblicano poi battuto da Barack Obama, ebbe meno di 10 milioni di voti; e così pure nel 2008 John McCain.

Su Politico, Eric Ostermeier, docente all’Università del Minnesota, constata che solo otto candidati hanno incassato oltre 7,5 milioni di voti alle primarie repubblicane: è “un dato scomodo per le forze anti-Trump” dentro lo stesso partito, che vorrebbero impedire a tutti i costi allo showman d’ottenere la nomination. Anche se l’idea di tirare fuori un asso dalla manica alla convention, se il magnate ci arriva senza la maggioranza assoluta dei delegati, pare ormai tramontata.

Finora, non ci sono state tragedie. Ma Trump non annacqua le posizioni più drastiche e conflittuali. Sul palco d’un comizio, sempre in California, ha fatto salire familiari di vittime d’immigrati illegali: un modo per rafforzare il messaggio che i clandestini, specie i messicani, sono tutti criminali e che occorre alzare un muro lungo la frontiera con il Messico.

Ma la minaccia terroristica autoctona aleggia sempre sulla campagna. Dopo quelle di Rubio e Cruz, anche la campagna di Trump ha ricevuto una busta contenente polvere bianca, rivelatasi innocua, ma che evoca lo spettro delle buste all’antrace che fecero vittime tra il 2001 e il 2002.

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