C’è una questione italiana in tema di banche. E non è una bella notizia. Lo afferma Mediobanca Securities e la sua squadra di analisti di settore capitanati da Antonio Guglielmi. La situazione speciale è causata da “messaggi normativi confusi (risoluzione, bad bank, valutazione sofferenze, ricapitalizzazioni guidate dall’M&A, lettere random) – scrive Guglielmi – Continuiamo a vedere alto valore nelle sofferenze nel tempo, ma è esattamente il fattore tempo a essere contestato dal SSM che chiede invece una correzione immediata. Inutile opporsi. Le sofferenze ci sembrano un pretesto comodo per imporre un più alto capitale oggi in vista di ciò che vediamo come il tema caldo di domani, cioè la sovraesposizione delle nostre banche ai titoli di Stato come uno dei principali ostacoli alla mutualizzazione in chiave Ue”.

SCURE SULLE BANCHE
Ed è per questo motivo che, dopo mesi di entusiasmo, anche Mediobanca si arrende e boccia le banche italiane: da overperform a neutral per Unicredit, Intesa, Ubi. In generale, a prescindere dalla questione italiana, c’è un pessimismo diffuso che deriva dalla situazione di tassi bassi perenni, come la definisce Mediobanca in un report redatto prima dell’avvio del fondo Atlante. Una situazione che impatta sui margini da interessi netti con il conseguente taglio dell’eps 2017. Per le italiane il colpo è bello forte: Bp perde il 5% in termini di utile per azione; Intesa il 7%, come Credem; Ubi e Bper l’8% e Popolare di Sondrio il 9%. Ancora peggio per Unicredit che vedrà l’utile per azione perdere ben dieci punti percentuali. Un vero tracollo per Creval e per Mps (-25%).

SOFFRE IL MARGINE DA INTERESSE 
E l’effetto del Tlrto 2? Non sempre basterà. Ovvero compenserà solo una parte della perdita permanente in termini di margini da interesse. Anche questa analisi Mediobanca la ha condotta in maniera capillare, banca per banca. Le uniche che potrebbero arrivare a copertura totale, sempre tra le italiane, sono Credem, Ubi e Creval. Per Intesa la copertura possibile è del 52%, per Bper del 46%, per Unicredit del 50% per il Banco solo del 12% e per Mps del 40%.

LE BOCCIATURE: UBI…
La cosa forse più sorprendente di tutta l’analisi è che alla fine le bocciature le subiscono le tre italiane considerate sempre più forti: ovvero Intesa, Unicredit e Ubi. Vediamo con quali motivazioni.
Partiamo da Ubi, neutral con target price di 4,10 euro. “Nella nostra view il merger annunciato tra Bp e Bpm, alza l’asticella della qualità degli asset e dei ratio di capitale: per esempio gli Npl devono essere meno del 12% delle sofferenze totali. E sia Ubi che Bper sono al 14,5%. Secondo la nostra analisi a Ubi servirebbero 1,7 miliardi di svalutazioni per rispettare il target importo da Bpm-Bp con un impatto di 190 punti base sul Cet1, compensato però quasi per intero (+170 punti base) dal 1 miliardo di capitale a copertura delle perdite attese. L’adeguatezza del capitale sarebbe immune, ma il Tangible Equity (8,2 miliardi nel 2015) soffrirebbe un taglio di 1,2 miliardi, arrivando a 7 miliardi. Nel 2017 Ubi tratterebbe a 0,45 volte il Te con un Rote del 5% nel 2017. La situazione metterebbe la banca sotto pressione in maniera molto pesante”.

…INTESA…
Anche Intesa finisce sotto la scure di Mediobanca, neutral con target price di 2,7 euro. “Il titolo ha retto bene perdendo il 26% in un anno contro il -35% segnato dal settore europeo, grazie alla forte situazione patrimoniale, l’elevato dividend yield e la resilienza degli utili, non a casso il titolo tratta a una volte il te stimato 2016, il doppio delle altre banche italiane”. Ma la storia growth di Intesa si scontra con tre fattori di rischio: il recupero economico che perde terreno; i messaggi contrastanti della Bce sulle banche italiane in particolare in merito agli Npl: il rischio sistemico per le nostre. “Per Intesa questo si traduce – spiegano gli analisti – in un eps che perde quota: il 7% nel 2017 e nel fatto che la valutazione a premio potrebbe essere al picco in questo scenario di incertezza. Questi due fattori possono erodere anche il dividendo. Intesa rimane il pezzo forte tra le banche italiane ma in questo momento è penalizzata dalla visione generalmente più cauta sul settore”.

… E UNICREDIT
Anche Unicredit non la scampa: neutral e target prive a 4,1 euro. “Unicredit è una storia di ristrutturazione che il mercato non è riuscito ancora ad apprezzare – si legge nel report – assumendo una posizione attendista: ora il management deve realizzare in maniera tangibile i target che si posto in termini di taglio di costi, cessione di asset, sistemazione dei business no-core”. Anche qui il rischio di deterioramento è forte. “Se l’economia non cresce e così gli eps gli utili perdono la loro resilienza – continuano gli analisti – e utili inferiori implicano minor generazione di capitale organico, proprio mentre la Bce chiede ancora più capitale alle banche italiane”, accelerando sulla svalutazione delle sofferenze. E, ultimo ma non ultimo, in una situazione in cui l’Italia p impegnata nella risoluzione di un rischio sistemico, le banche più grandi potrebbero essere chiamate a mettere la loro potenza di fuoco al servizio della causa. Solo il tempo e una ripresa più decisa dell’economia potranno far cambiare rotta a queste storie.

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