L'analisi di Dario Rivolta

Pochi giorni orsono il Parlamento ucraino ha votato la fiducia a un nuovo Governo che sarà guidato dall’ex Presidente del Parlamento Volodymyr Groysman. Giovane (ha solo 38 anni), fu già vice primo Ministro per un breve periodo ed è considerato un fedelissimo del presidente Poroshenko. Sostituisce l’uscente Yatsenyuk che, pur essendo sopravvissuto a un voto di sfiducia, è stato costretto a dimettersi per la sua crescente impopolarità che aveva, tra l’altro, spinto qualche migliaio di persone in piazza Maidan a chiedere le sue dimissioni.  Dal Governo se ne va anche la ministra delle Finanze Natalie Yaresko, nota soprattutto per essere, guarda caso, cittadina americana. Il suo posto è stato preso da Oleksandr Danylyuk, già capo dello staff del Presidente. Anche il nuovo vice primo Ministro e ministro dell’economia, Stephan Kubiv è considerato vicinissimo a Poroshenko, essendone stato il rappresentante personale in Parlamento.

Sembrerebbe, quindi, che questo rimpasto, assolutamente necessario per rassicurare il Fondo Monetario Internazionale che le riforme promesse saranno finalmente decise, costituisca una vittoria per il Presidente, uomo fortemente sostenuto dagli Stati Uniti e da alcuni Paesi europei.

Se, tuttavia, si volesse guardare con obiettività alla situazione attuale, non ci si potrebbe illudere che Kiev si sia finalmente messa su una strada virtuosa. Lo stesso Poroshenko, che aveva sempre scaricato le critiche per l’inefficienza del Governo sul primo Ministro uscente, dimenticando che il ruolo presidenziale ha un forte potere esecutivo in Ucraina, non gode più della massima popolarità. Il 3 febbraio scorso l’allora ministro dell’Economia Abromavicius, nel rassegnare le proprie dimissioni, aveva lanciato pesanti accuse contro di lui dicendo che mentiva sistematicamente al popolo sulla volontà di attuare le riforme. Aveva anche aggiunto che, approfittando della posizione, si stava arricchendo personalmente, assieme ai suoi sodali. Nonostante in Europa molti governi continuino a volerlo dipingere come persona per bene, è risaputo che Poroshenko abbia qualche scheletro nell’armadio. Assumendo l’incarico, aveva promesso di vendere tutte le sue aziende, compresa una stazione televisiva, ma non lo ha mai fatto. Concede interviste solo a giornalisti amici e ha messo uomini a lui vicini alla guida di tutte le imprese statali importanti, impedendone poi la privatizzazione, sebbene preannunciata. Assieme al primo Ministro uscente Yatsenyuk ha ostacolato in tutti i modi l’indipendenza degli organi anticorruzione e ha mantenuto a capo della giustizia un magistrato da tutti ritenuto totalmente incapace ma a lui fedele, tale Viktor Sokin. Qualcuno, non certo tra i suoi amici, ha dichiarato che le uniche differenze tra Poroshenko e Yanukovich sono “una buona istruzione, un buon inglese e una fedina penale pulita” ma entrambi sono “assetati di potere assoluto”.

Qualunque cosa si possa pensare di lui e della capacità del Governo precedente, il Fondo Monetario Internazionale aveva sospeso il prestito di 17 miliardi di dollari a causa dell’enorme corruzione diffusa e dello strapotere dei pochi oligarchi che continuano a fare il bello e cattivo tempo, condizionando le scelte politiche.

Ora, il giovane Groysman dovrà dimostrare di voler veramente combattere la corruzione e di attuare le riforme indispensabili per poter portare il Paese fuori dal disastro economico e finanziario in cui si trova. Non gli sarà facile, considerato il piccolo margine di maggioranza di cui gode nell’attuale Parlamento. Ciò che gli sarà, però, ancora più difficile, se non impossibile, è riuscire a implementare gli impegni che Kiev aveva assunto durante le trattative dette di Minsk 2. Quell’accordo, che aveva portato a un cessate il fuoco sostanzialmente rispettato da entrambe le parti, prevedeva alcune condizioni che l’Ucraina non ha ancora rispettato, pur essendone stati superati i tempi previsti. Si tratta soprattutto di una riforma costituzionale che prevede una certa autonomia delle regioni, oggi controllate dai ribelli. Era questo un requisito indispensabile per ottenere il superamento dello stallo che perdura oramai da due anni. Mosca si era fatta garante della cessazione delle ostilità da parte dei ribelli anche grazie a quella clausola e, seppur non ufficialmente, ha brigato per eliminare da ogni posizione di potere le teste più calde e irriducibili tra gli insorti. Questi ultimi avevano fissato elezioni locali proprio per questi giorni ma, spinti da Mosca e per dimostrare la loro buona volontà verso i politici di Kiev, hanno annunciato di posticiparle fino al 24 luglio. Non è un caso che proprio al 31 dello stesso mese scadranno le sanzioni europee verso la Russia. Evidentemente, Mosca sta mostrando in ogni modo la sua disponibilità ad arrivare a qualche soluzione concordata ma, purtroppo, lo stesso non si può dire dell’Ucraina. Da qui a luglio il Parlamento ucraino potrebbe certo procedere ad attuare quanto di sua competenza e cioè quanto i suoi stessi rappresentanti avevano sottoscritto a Minsk. L’attuazione di tale accordo da parte russa era stata dichiarata la condizione che l’Europa chiedeva per eliminare le sanzioni. Cosa succederà se sarà l’Ucraina a continuare a mostrarsi inadempiente? Qualcuno proporrà sanzioni anche contro Kiev?

Di sicuro è improbabile ma, se anche il giovane Groysman fallirà nel mantenere gli impegni assunti dal suo Paese, se la corruzione continuerà a dilapidare i fondi che l’Europa, gli USA e il Fmi generosamente concedono, se non si potrà più imputare ai “ribelli” o a Mosca la mancata soluzione della crisi in atto, si avrà il coraggio di prenderne atto?

In realtà, i sostenitori delle sanzioni contro la Russia a tutti i costi adducono ora come ragione del loro mantenimento l’”occupazione” della Crimea.  È “politicamente scorretto” dirlo e ci attirerà di certo qualche rampogna, ma qualunque politico di buon senso sa che la Crimea è e resterà russa, sanzioni o non sanzioni. Non solo perché Mosca la considera, comprensibilmente, un fattore strategico, ma soprattutto perché la sua popolazione lo vuole e lo ha ampiamente dimostrato.

Cosa si cerca, allora, di ottenere davvero con queste sanzioni? Sarebbe bene, una buona volta, che chi le ha imposte abbia il coraggio di dire la verità. E che l’Italia, che più di tutti ne sta soffrendo, costringa gli ipocriti a venire allo scoperto.

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