Il commento di Marco Orioles, sociologo esperto di terrorismo e blogger di Formiche.net

Le rivelazioni del direttore della National Intelligence americana James Clapper secondo cui in Italia vi sarebbero cellule dello Stato islamico analoghe a quella che ha colpito Bruxelles sono state prontamente ridimensionate dai nostri servizi segreti. Quello di Clapper non sarebbe altro che un “warning generico”, ha affermato il presidente del Copasir Giacomo Stucchi, secondo cui non vi sono “indicazioni specifiche” sulla preparazione di un attentato nel nostro Paese.

La nostra intelligence naturalmente non minimizza la portata della minaccia, tanto che alla stampa viene confermata “l’elevata esposizione al rischio dell’Italia”. Dichiarazioni che appaiono in sintonia con quanto specificato dagli stessi servizi nella relazione annuale presentata al Parlamento a febbraio. L’informativa delineava il quadro di un Paese che si configura come “target privilegiato” di possibili attacchi a causa del suo profilo politico e simbolico. La partecipazione, seppur in tono minore, alla coalizione anti-IS e la presenza del Vaticano giustificano un proporzionato livello di allerta. Anche l’Italia inoltre non sarebbe esente dal “pericolo di un’autonoma attivazione” di estremisti autoctoni, particolarmente quelle seconde generazioni di immigrati che, qui come altrove, hanno mostrato una certa ricettività verso i messaggi propagandistici dello Stato islamico.

Ma il maggiore pericolo, sottolineano i nostri servizi, potrebbe venire da reduci del conflitto in Siria ed Iraq rientrati per eseguire una missione – lo schema visto a Parigi lo scorso novembre – ovvero da “pendolari” del jihad che fanno la spola tra la zona di guerra e l’Europa. Da questo punto di vista, il profilo di rischio del nostro Paese appare comunque meno allarmante rispetto a quello di altre nazioni europee. È noto che l’Italia ha prodotto un numero di foreign fighters assai più contenuto rispetto a Paesi come Francia, Belgio, Germania e Gran Bretagna. Le stime più recenti quantificavano in 87 i volontari partiti dall’Italia e in appena 10 i “returnees”. Sono numeri ben lontani da quelli che hanno prodotto le carneficine di Parigi e Bruxelles, che hanno visto in azione 19 terroristi, buona parte dei quali ritornati dal fronte.

L’Italia inoltre non presenta le condizioni sociali che hanno consentito la propagazione del virus jihadista nella popolazione immigrata. Mancano del tutto ad esempio i ghetti islamici come l’ormai famigerata Molenbeek, il quartiere brussellese che ospitava i principali artefici degli attacchi di Parigi e Bruxelles, a partire dall’ex primula rossa Salah Abdeslam. Il ridotto numero dei foreign fighter italiani è inoltre l’indice di un quadro meno deteriorato rispetto a quello che caratterizza Paesi come la Francia o il Belgio. In fin dei conti, la storia migratoria italiana è decisamente più breve rispetto a quella dei Paesi summenzionati, e da noi non si registrano ancora quei fenomeni sociali ed economici che hanno messo a repentaglio la convivenza tra immigrati ed autoctoni e facilitato così la radicalizzazione dei primi.

Detto ciò, non si può nemmeno sottovalutare le capacità di seduzione sui nostri immigrati esercitate dal mito del califfato. La recente storia giudiziaria, e la stessa relazione dei servizi al Parlamento, rivela come nel nostro Paese non manchino i segnali di consenso verso l’ideologia jihadista né le dinamiche che spingono alcuni cittadini stranieri nelle reti di reclutamento. Per questo motivo le nostre autorità, nel mentre minimizzano per ovvi motivi le parole di Clapper, fanno bene a tenere alta la guardia.

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