Il taccuino USA 2016 di Gramaglia

A 48 re dal voto nello Stato di New York, la campagna delle primarie è più accesa che mai: i rivali litigano sui fondi – in campo democratico, Hillary Clinton e Bernie Sanders – e sui delegati – in campo repubblicano, Donald Trump e Ted Cruz –. Le scene delle contese sono lontane dalla Grande Mela: la California, con le “cene dei vip” pro Hillary; e il Colorado e il Wyoming che attribuiscono a Cruz i delegati repubblicani sena voto. Ma le polemiche hanno un riflesso sulle scelte degli elettori domani a New York, dove, nei sondaggi, l’ex first lady e il magnate dell’immobiliare restano favoriti.

Di ritorno dal Vaticano, dove venerdì è intervenuto a un seminario, e dove sabato mattina ha avuto un breve incontro con Papa Francesco, Sanders ha pure voluto precisare che il viaggio a Roma non è stato un tentativo di compiacere l’elettorato cattolico e di trovare una sponda alle sue posizioni contro l’iniquità sociale, ma un atto di ammirazione per il pontefice.

A cena da George – Dal Vaticano alla California: a San Francisco e soprattutto a Los Angeles si sono svolti “super eventi vip” a sostegno di Hillary Clinton, con la Hollywood che conta a sostegno dell’ex first lady e con George e Amal Clooney padroni di casa di una raccolta di fondi il cui “contributo” era di 33.400 dollari a persona.

Per tutta risposta, Sanders ha diffuso un spot in cui dice che la donazione media alla sua campagna è di 27 dollari e ribadisce il messaggio contro i “milionari in politica”. Il “popolo di Bernie” ha pure organizzato proteste in California e un “contro-evento” vicino alla casa dei Clooney: manifestanti hanno lanciato banconote da un dollaro contro il corteo di auto della ex segretario di Stato. Lo stesso attore, in un’intervista televisiva, ha definito “oscene” certe cifre – la partecipazione alla cena di sabato sarebbe “lievitata” in alcuni casi fino a 353 mila dollari a coppia -.

A confronto, sono le due anime del partito democratico, che coabitano a Manhattan: per Sanders, l’Upper West Side; per Hillary, l’Upper East Side. Secondo uno studio della start-up Crowdpac, citato dal Financial Times, l’area tra la 91° Street e la Columbia University, a Ovest di Central Park, è una delle cinque maggiormente ‘pro-Bernie’ dell’Unione; mentre il secondo quartiere d’America più pro-Hillary’ è di fronte, dall’altra parte del Parco, nella Upper East Side. La toponomastica socio-culturale è molto chiara: intellettuale e liberal l’Upper West, dove ci sono Lincoln Center e Columbia; democratica, ma “miliardaria”, l’Upper East, dove aveva il suo indirizzo newyorchese Jacqueline Kennedy Onassis e che oggi è il quartiere di Michael Bloomberg.

I delegati contestati – Le convention repubblicane di Colorado e Wyoming assegnano il pacchetto dei loro delegati – rispettivamente 34 e 14 – a Ted Cruz e scatta l’ira di Donald Trump. Il senatore del Texas accorcia le distanze dallo showman, che aveva già gridato alla “truffa” per come vengono assegnati i delegati. Trump se la prende con il Partito repubblicano. Il presidente Reince Priebus risponde invitandolo a “farla finita” perché le regole sono chiare e i candidati le conoscono da oltre un anno. La polemica rilancia la crociata anti-politica del battistrada repubblicano, che resta comunque saldamente in testa.

Per Cruz, un’altra buona notizia è arrivata dal New Jersey, dove un giudice lo dichiara candidabile alle primarie del 7 giugno, confermando giudizi analoghi già espressi in altri Stati e bocciando la tesi per cui, essendo nato in Canada da padre cubano e da madre statunitense, che gli trasferì la cittadinanza alla nascita, non potrebbe diventare presidente degli Stati Uniti.

Trump, invece, non esita a mettersi contro il corpo stampa della Casa Bianca, decidendo di boicottare la cena dei corrispondenti in programma il 30 aprile. “Ho deciso di non andare. Ci andrei se fossero onesti”.

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