L'analisi di Daniele Meloni

Il 5 maggio prossimo si terrà una tornata elettorale decisiva per i partiti d’Oltremanica. Le elezioni amministrative – si vota in 124 local councils – saranno un grande antipasto del referendum sulla Brexit del 23 giugno, quando in gioco ci sarà il futuro della Gran Bretagna. Main course dell’evento sarà l’elezione per il nuovo sindaco di Londra, primo vero confronto elettorale vis à vis tra il premier conservatore David Cameron e il leader laburista Jeremy Corbyn, eletto solo 7 mesi fa.

Dopo un avvio da incubo – già si parlava di un complotto dei postblairiani per estrometterlo dalla leadership – Corbyn ha potuto contare sui guai di Cameron e Osborne per rimettersi in carreggiata e portare il dibattito sui temi che più gli stanno cari: uguaglianza, giustizia sociale, tutele per i più deboli.

La sfida di Londra, dove il Labour tenterà di strappare ai Tories il City Hall dopo 8 anni a guida Boris Johnson, è quella che più stuzzica gli analisti e i commentatori politici. Il candidato laburista Sadiq Khan è dato per favorito contro l’ex parlamentare conservatore Zac Goldsmith, rampollo di una delle famiglie più ricche ed euroscettiche del Regno Unito. Suo padre, Sir James, fondò negli anni ’90 il Referendum Party, uscendo dai Tories e creando non pochi grattacapi all’allora premier John Major e agli altri grandees del partito.

L’ex ministro dell’Interno John Mellor, nella drammatica notte del 2 maggio 1997 in cui i Tories vennero asfaltati dalla macchina elettorale di Tony Blair e Peter Mandelson, accusò Goldsmith Senior di avergli fatto perdere il seggio a vantaggio del New Labour: accuse sicuramente esagerate date che il Referendum Party scomparve di lì a poco e che, forse, nella caduta di Mellor e degli altri Ministri non erano del tutto estranee le avventure extra-coniugali, peraltro ben documentate dai tabloid, secondo il vecchio adagio della politica britannica per cui i conservatori primeggiano nei sex scandal mentre i laburisti in quelli di corruzione.

Ora Zac sta seguendo le stesse orme del padre: e se proprio dove Mellor ci rimise il seggio, a Putney, nel cuore di Chelsea, e nelle zone periferiche della campagna tra Londra e il Kent come Bromley e Hillingdon, il sostegno per lui è sempre elevato, Londra è anche e soprattutto una capitale multietnica, miscela di popoli, crogiolo di razze, crocevia di contraddizioni. Goldsmith ha dichiarato di essere favorevole alla Brexit nella città più filo-europea del Regno Unito e ha dimostrato di non sapere quale squadra londinese gioca al Loftus Road (il Queen’s Park Rangers, ndr): posizioni che di certo non hanno scalfito la patina upper-class che lo rende impopolare alla maggioranza dei votanti.

Khan sembra meglio incarnare lo spirito da “capitale del mondo” della città. Musulmano di origini pachistane, il laburista è un avvocato esperto in diritti umani che vive a Tooting, roccaforte laburista del sud di Londra. Già a capo della tutt’altro che fortunata campagna per portare Ed Miliband a Downing Street, Khan ha un background che piace ai corbynistas e anche i post-blairiani, scottati comunque dalla sconfitta della loro favorita, Tessa Jowell, nelle primarie laburiste del settembre scorso.

Senza contare il risultato delle politiche del 2015, quando il Labour guadagnò 7 parlamentari rispetto al 2010, mentre i Tories ne persero 1. Corbyn e i suoi inoltre controllano 21 dei 32 borough che costituiscono la Greater London. Anche il risultato delle suppletive nell’area hanno marcato un incremento di voti per i laburisti. Insomma, la campagna negativa dei Tories con lo slogan Stop the Khan & Corbyn Experiment non sembra decollare.

I temi della campagna elettorale – l’housing, i trasporti, e la Londra “green” – sembrano connettere maggiormente alla popolazione della Greater London Khan rispetto a Goldsmith. Una sua vittoria lusingherebbe Corbyn e metterebbe in imbarazzo Cameron, la cui prima uscita dopo le ammissioni sui Panama Papers è stata proprio alla presentazione di Goldsmith nel quartier generale Tory del centro di Londra.

Infine l’affluenza. Nel 2012 fu del 38%, ma la London Communication Agency ha condotto un exit poll basato sui dati delle elezioni per il Parlamento Europeo del 2014 che suggerirebbero che questa volta i votanti potrebbero essere di meno e solamente i più “politicizzati” si recherebbero alle urne. Il tutto, a quanto pare, a vantaggio dei laburisti.

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