Nell’imminenza di un referendum ormai alle porte, può essere di una qualche utilità fare il punto della situazione sull’oggetto del contendere, vale a dire della quantità di petrolio – quindi di quanta energia – stiamo parlando in relazione al quesito referendario.
Se al referendum vincesse il no, la differenza in termini energetici risulterebbe marginale. Il petrolio prodotto, nelle concessioni interessate dal referendum, nel 2014 è di 0,67 Mtep, unità di misura comunemente usata per questo tipo di calcoli pari a 0,67 milioni di tonnellate di equivalente petrolio. La British Petroleum fornisce ogni anno stime sufficientemente affidabili sulla produzione e sui consumi annui di tutti i paesi del mondo. Secondo questi dati, il nostro paese si attesta, per il 2014, su un consumo di 56,6 milioni di tonnellate di petrolio. Vale a dire che l’estrazione, per quell’anno di riferimento, ha coperto il fabbisogno nazionale per un valore di poco superiore l’1% (per la precisione l’1,18%).

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TWh 0,67 Mtep equivalgono a 6,97 moltiplicato per 109 kWh, quindi diciamo circa 7 TWh (terawatt). Questo dato serve a leggere i dati Terna secondo i quali la produzione di energia elettrica in Italia nel 2014 è stata di 267,5 di cui la quota prodotta dal fotovoltaico è pari a 23,3 TWh, ovvero l’8,7% del totale. Come confermano i dati IEA (International Energy Agency) 2015, in Europa siamo secondi per potenza installata nel fotovoltaico dietro alla Germania, ma primi nella produzione.

Già questo dato è sufficiente a mostrare come, allo stato attuale, il fotovoltaico produca da solo, in un anno, poco più di tre volte (23,3 TWh) l’equivalente energetico del petrolio che estrarremo in più se al referendum vincesse il no (7 TWh). Questo senza contare che nel dicembre scorso a Parigi, come Paese, ci saremmo impegnati a una riduzione della dipendenza da combustibili fossili.
A prescindere da tutti i discorsi al contorno, la vittoria del sì non solo si tradurrebbe in un chiaro segnale verso le rinnovabili, ma anche in una dimostrazione chiara che investendo nello specifico settore del fotovoltaico, basterebbe installare un terzo in più della potenza già presente sul territorio nazionale per eguagliare quell’1% del fabbisogno. Siamo dietro alla Germania di diverse lunghezze per potenza installata, ma primi per produzione, poiché viviamo nel “paese del sole”.

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Le stime di estrazione parlano di riserve che potrebbero esaurirsi – con gli ipotetici ritmi estrattivi pari all’1% del fabbisogno – a essere ottimisti in una decina d’anni. Gli attuali impianti fotovoltaici sono garantiti per almeno 25. Siamo a più del doppio in termini di tempo.
Luciano Celi, dipartimento di Ingegneria Civile, Ambientale e Meccanica dell’Università di Trento.
Istituto per i Processi Chimico-Fisici, Consiglio Nazionale delle Ricerche, Pisa.

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