L'analisi di Massimiliano Coluccia di Prometeia

È passato oltre un anno dall’intervento alla Federazione delle Cooperative Raiffeisen in cui il capo della Vigilanza Bancaria e Finanziaria di Banca d’Italia, Carmelo Barbagallo, sottolineava la necessità di una riforma del credito cooperativo perché le tensioni sui mercati finanziari e la lunga fase congiunturale sfavorevole rischiavano di minare la struttura patrimoniale delle piccole banche, rendendola insufficiente a fronteggiare situazioni di crisi.

L’approvazione da parte del Governo del decreto n.18 del 14 febbraio 2016 ha avviato il processo di modifica strutturale del sistema del credito cooperativo in Italia. La proposta dovrà ancora superare l’iter parlamentare di conversione, alcuni temi potranno pertanto essere ridiscussi, ma l’adesione a un gruppo bancario (con una capogruppo costituita in forma di società per azioni) appare un percorso quasi obbligato per fronteggiare due criticità imposte dall’attuale contesto: l’accesso al mercato dei capitali e lo smaltimento dei crediti deteriorati.

Le banche di credito cooperativo si sono sempre distinte per livelli di patrimonializzazione superiori a quelli dei principali gruppi bancari. Nel 2014 il CET1 ratio di un campione di 301 Bcc è stato pari al 16% (Fig.1), livello superiore sia rispetto a quello dei 5 maggiori gruppi bancari italiani (11,4%), sia di altri gruppi di dimensione media (10,6%) e piccola (10,4%).

Un’importante dotazione di capitale, da sempre puntellata perlopiù con l’autofinanziamento che però, con il perdurare della crisi e tassi di interesse bassi, rischia ora di non essere adeguatamente alimentato dalla redditività. Questi anni sono stati segnati anche dal deterioramento della qualità del credito, con l’aumento dell’incidenza dei non performing loans (NPL) nei bilanci delle banche (locali e non) e l’incremento del flusso di rettifiche di valore (che assorbono una quota sempre maggiore del risultato di gestione).

Nel 2014 l’NPL ratio medio delle 301 Bcc era leggermente inferiore a quello dei gruppi bancari nazionali, ma il livello di copertura delle posizioni deteriorate era più basso, uno scarto con gli operatori più grandi di oltre 10 punti percentuali (Fig.2).

Fig. 1: CET1 ratio 2014 (%)
Fig. 2: NPL ratio lordo e coverage ratio 2014 (%)

Fonte: elaborazioni Prometeia su dati di bilancio.

Le pressioni del mercato e delle autorità di vigilanza per l’innalzamento dei livelli di coverage non lasciano spazio, almeno nel breve, a prospettive ottimistiche sull’eventuale riduzione delle rettifiche su crediti. A maggior ragione se si tiene conto dell’ammontare crescente di sofferenze nei bilanci. Lo smaltimento dei crediti non performing è una necessità, che trova prima risposta legislativa nello stesso decreto di riforma del credito cooperativo, in cui sono state inserite, come si sa, disposizioni finalizzate ad alleviare il peso delle esposizioni non performing nei bilanci bancari (garanzia statale sulle operazioni di cartolarizzazione a fronte della cessione di sofferenze).

Nel settore cooperativo la costituzione di un gruppo con una unica holding Spa potrà contribuire ad una gestione accentrata, coordinata ed efficiente dei processi di cessione o cartolarizzazione delle sofferenze. Su questo fronte, però, il mondo cooperativo ha già dimostrato di potersi muovere in autonomia, come evidenzia l’operazione di cessione di sofferenze realizzata a inizio 2016, coordinata dal gruppo Iccrea.

Oltre alle difficoltà del contesto economico, anche le Bcc devono fare i conti con le molteplici riforme della regolamentazione prudenziale, che in questi mesi fanno rima con il “bail in”, il discusso nuovo regime di risoluzione delle crisi che ha rivoluzionato la modalità di gestione dei salvataggi. Storicamente, il credito cooperativo ha sempre attivato strumenti interni alla categoria per gestire le situazioni di crisi: aggregazioni con banche territorialmente vicine, intervento di Banca Sviluppo. Anche su questo versante, la riforma del settore cooperativo potrebbe apportare benefici: la costituzione di una holding dovrebbe ridurre significativamente il rischio di insolvenza, rendendo più facile il reperimento delle risorse necessarie per la ricapitalizzazione delle banche aderenti e garantendo una più corretta diversificazione dei rischi.

In ogni caso il sistema Bcc già attualmente dimostra un buon livello di solidità di fronte a pesanti scenari di perdita. Le simulazioni dell’applicazione del bail in ai principali gruppi italiani e a un campione di 301 Bcc, effettuati da Prometeia, hanno evidenziato che, anche in caso di forti perdite, la protezione offerta a depositanti e obbligazionisti senior è comunque alta: non sarebbero mai coinvolti nella copertura delle perdite, ma solo (in piccola parte) nella ricapitalizzazione di una banca in crisi.

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