L'articolo di Daniele Meloni

Se i laburisti hanno un problema con l’antisemitismo, il voto per l’elezione del sindaco di Londra ha rivelato una presunta, crescente islamofobia all’interno dei Tories, creando nuovi grattacapi per un David Cameron già assediato dagli euroscettici e dalla possibile leadership challenge in caso di Brexit.

La “negative campaign” di Zac Goldsmith nei confronti di Sadiq Khan – il laburista pachistano eletto sindaco trionfalmente con il 57% dei consensi – ha causato un confronto acceso nel Central Office dei Conservatori, con chi ha accusato Goldsmith di essere un candidato troppo debole, e chi ha invece puntato il dito sui contenuti della sua campagna tesa a ritrarre Khan come “radicale” e “amico dei terroristi”. Una carta che i londinesi hanno scartato ancora prima di pescare, a dire il vero.

Anche lo stesso premier ha partecipato alla campagna di diffamazione del neoeletto sindaco. Durante un Question Time alla Camera dei Comuni, Cameron ha detto di fronte alle telecamere che Khan era salito sullo stesso palco di Suliman Gani, un imam del sud di Londra, a suo dire vicino al Daesh. Cosa rivelatasi talmente falsa da spingere la maggiore organizzazione musulmana sul suolo britannico, il Muslim Council of Britain, a chiedere delle scuse ufficiali, dopo che Gani è stato soggetto ad abusi e minacce.

La scorsa notte il premier ha chiesto scusa per l’incidente, ma il segretario del MCB, Shuja Shafi, ha rincarato la dose chiedendo ai Tories l’apertura di un’inchiesta sull’islamofobia nel partito.

Il partito Conservatore non è nuovo a polemiche e ad accuse di atteggiamenti discriminatori nei confronti delle minoranze etniche e di alcune minoranze religiose. Per anni sotto la guida di William Hague e Michael Howard i Tories sono stati percepiti come il “Nasty Party”, il Partito dei Cattivi, intolleranti e xenofobi, a tutto vantaggio del New Labour di Tony Blair. Il new deal portato avanti con l’elezione a segretario di Cameron nel 2005, aveva cambiato questa percezione, spostando il partito – marginalizzato a destra – su posizioni più right-of-center.

Eppure, nonostante il milione di voti che nel 2015 i cittadini britannici appartenenti alle minoranze etniche e religiose hanno dato in dono ai Tories, i problemi sono ritornati. Nell’agosto 2014, un big del partito come la Baronessa Warsi, ex presidente del Partito e prima donna musulmana a partecipare al Consiglio dei ministri nella storia del Regno Unito, si era dimessa dalla carica di Ministro di Stato delle Fedi e delle Comunità (una specie di Sottosegretario con delega ai rapporti religiosi) in polemica con lo stato maggiore dei Tories sulla questione israelo-palestinese, facendo capire che il suo essere musulmana e anglo-pachistana non era un fatto di secondaria importanza nell’ostracismo di cui era vittima. Già in precedenza Warsi era stata ripresa nella sua denuncia sull’islamofobia dilagante tra i Conservatori da Norman Tebbit, storico ministro Tory negli anni di Margaret Thatcher, che aveva pubblicato sul suo blog un velato invito alla Warsi a non parlare con la stampa della tematica. “Un suo periodo di silenzio non sarebbe una cosa cattiva” – scrisse Tebbit.

Cameron farebbe bene a preoccuparsi della questione. Soprattutto a Londra, dove oltre alla débâcle di Goldsmith, i Conservatori dovranno cercare di strappare il seggio lasciato da Khan a Tooting. E considerando che alle politiche del 2015 il Labour incrementò di 7 parlamentari la sua pattuglia londinese a Westminster, mentre i Tories, nonostante il ritorno al governo in solitario dopo ben 18 anni, ne persero 1.

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