Il commento di Daniele Meloni

La tornata elettorale di giovedì ha avuto un esito interlocutorio in Gran Bretagna. Alla fine il “drubbing”, la disfatta prevista dai quotidiani conservatori, non c’è stata per il leader del Labour Jeremy Corbyn. Il partito regge in Inghilterra – dove ha conquistato Londra e ha confermato la guida della “rossa” Liverpool con Joe Anderson – diventa il primo partito alla Welsh Assembly gallese, e arretra spaventosamente in Scozia dove ottiene il peggiore risultato dal 1928 e viene superato dai Tories, in un sussulto di unionismo che sembrava consegnato ai libri di storia. La premier nazionalista, Nicola Sturgeon, ha annunciato che lo Scottish National Party (SNP) formerà un governo di minoranza.

In realtà, Corbyn ha poco da gioire. All’interno del partito non manca chi ha già fatto rimarcare come queste elezioni avrebbero dovuto essere un successo assoluto per l’opposizione, visti gli scandali e gli errori recenti del governo di David Cameron, non semplicemente un test di sopravvivenza. Come molti parlamentari e commentatori hanno fatto notare, la vittoria alle elezioni del 2020 sembra un miraggio. Secondo le ipotetiche proiezioni degli analisti, servirebbe uno swing dell’11% ai laburisti per vincere le prossime elezioni.

Cameron non può certo fare salti di gioia. Si votasse oggi i Tories otterrebbero il 30%, un punto in meno del Labour a guida Corbyn, ma, si sa, le amministrative danno sempre risultati negativi per chi governa. I Conservatori possono sbandierare il buon risultato di Ruth Davidson nel sud della Scozia e affermare, come ha fatto il premier, che “i laburisti hanno perso contatto con il Paese reale, e sono ossessionati dalle cause di estrema sinistra”. Se la sfida dei laburisti sembra ben lontana dal concretizzarsi, qualche ora di sonno a Cameron la ruberanno – anche in vista del referendum sulla Brexit – i buoni risultati dello UKIP di Nigel Farage, che ha conquistato i suoi primi seggi in Galles ed è arrivato secondo in entrambe le by-election, le elezioni suppletive, per Westminster, dove il Labour ha portato al successo i suoi due candidati. Proprio in Galles si rivedrà seduto ai seggi di un’assemblea legislativa una vecchia conoscenza della politica britannica: Neil Hamilton, ex parlamentare Tory durante gli anni di John Major, fatto fuori nel 1997 da un’indagine che dimostrò come venisse sovvenzionato da altri per porre domande durante i question time alla Camera dei Comuni. Quasi vent’anni dopo è il caso di dire long time, no see.

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