La ricostruzione di Andrea Affaticati

Su un punto i media tedeschi sembrano concordare: Georg Thoma, membro del consiglio direttivo della Deutsche Bank e capo della commissione Integrità, se n’è dovuto andare perché troppo scrupoloso nell’assolvere il compito affidatogli, cioè andare a fondo nei molti scandali che hanno investito negli ultimi anni il più grande istituto di credito tedesco. Quando giovedì sera si è appreso che Thoma si era dimesso – da membro del consiglio lascerà l’incarico il 28 maggio, ma dalla guida della commissione Integrità le dimissioni hanno effetto immediato – il quotidiano Die Welt riassumeva i motivi della vicenda nel seguente modo: “Il consiglio direttivo lo accusava di eccesso di zelo”

La notizia, a dire il vero, era nell’aria. Già due domeniche fa la Frankfurter Allgemeine Zeitung am Sonntag parlava di crescenti critiche rivolte all’operato di Thoma. Alfred Herling, numero due del Consiglio di sorveglianza, e capo del consiglio d’azienda, aveva detto al quotidiano di Francoforte che “l’eccesso di solerzia e il bisogno di mettere in luce le sue competenze giuridiche stanno incontrando sempre più critiche”. Inoltre Thoma continuava “a ingaggiare nuovi avvocati” e i costi  stavano diventando insostenibile per l’istituto. Un istituto sempre più in affanno. Nel 2015, infatti, la Deutsche Bank ha registrato perdite per un ammontare di 6,8  miliardi di euro. Un saldo negativo dovuto in primo luogo agli accantonamenti per far fronte agli oneri straordinari, necessari per adeguarsi ai criteri prudenziali in fatto di patrimonio. A questi si aggiungono, poi, gli oneri da sostenere per le molte cause legali in cui l’istituto si trova coinvolto. Tra queste, anche la manipolazione del Libor – il tasso interbancario di riferimento – spiegava la FAZ.

Il compito della commissione “Integrità” – istituita nel 2013 e  presieduta fino a giovedì sera da Thoma – era quello di permettere un nuovo inizio all’istituto, possibile solo garantendo che la banca rispetti “la normativa vigente, così come le linee guida dell’istituto”. Ulteriore condizione – come spiegava sempre il quotidiano di Francoforte – è che si faccia luce sulle eventuali responsabilità dei vertici di Deutsche Bank nella vicenda Libor e in altri scandali, in cui l’istituto sembrerebbe coinvolto. Per quel che riguarda il caso Libor, finora sono stati individuati e licenziati sette dipendenti. A Thoma, però, le dichiarazioni ufficiali di Deutsche Bank sono bastate: “Nessun membro del Consiglio di Gestione (attuale o passato) è coinvolto o era a conoscenza della condotta inappropriata dei trader”. Thoma, infatti, voleva fare chiarezza anche tra i piani alti, Paul Achleitner – attuale presidente del consiglio di sorveglianza – incluso. Secondo alcuni, Thoma mirava a sostituire lo stesso Achleintern, si legge in un articolo della Welt.

Che non si sia trattato “di un passo indietro di un signore di 71 anni che ha deciso di rimettere anzitempo il proprio mandato in scadenza nel 2018” lo pensa anche Süddeutsche Zeitung. Il quotidiano monegasco racconta di malumori, sempre più manifesti, interni all’istituto. Un atteggiamento, quello di renderli pubblici, che “contrasta però decisamente con il protocollo di una impresa quotata in Borsa. C’è dunque da chiedersi se Thoma non abbia per caso insistito troppo nelle sue richieste di chiarimenti”, scrive la SDZ.

Se Thoma avesse veramente intenzione di fare le scarpe ad Achleitner non è dato sapere. I due, peraltro, sono amici da oltre 25 anni ed era stato proprio Achleitner a volerlo a capo della commissione “Integrità”. Sta di fatto, però, che Thoma si era intestardito a capire come fossero andate le cose nel 2013, quando alla Deutsche Bank l’organo britannico di sorveglianza FCA, nella vicenda Libor, aveva inflitto un’ulteriore ammenda di 100 milioni di sterline per via di una collaborazione ritenuta assai reticente da parte dell’istituto di Francoforte. Thoma voleva capire il perché di questa reticenza, chi era stata a ordinarla, e chi dovesse sostenerne le spese. E nella rosa dei possibili responsabili era finito anche Achleitner. C’era stato, poi, anche un accordo interno di procedere con solerzia per fugare qualsiasi sospetto dall’operato di Achleitner, prima dell’assemblea generale in programma a fine maggio. Solo che Thoma sembrava aver rallentato le indagini.

Non c’è pace, d’altronde, ai vertici della Deutsche Bank, da quando il potente Josef Ackermann (ospite al compleanno della Kanzlerin e consulente del governo quando, allo scoppio della crisi finanziaria, si era trattato di approntare un piano di salvataggio delle banche tedesche) ha lasciato la guida dell’istituto nel 2012. Il duo Anshu Jain e Jürgen Fitschen che gli era subentrato ha avuto vita breve. Jain ha lasciato la guida nel giugno dell’anno scorso, Fitschen lo farà questo 28 maggio. A prendere il loro posto è stato il britannico John Cryan, che fino a oggi non è riuscito a imprimere una vera svolta nell’istituto, secondo alcuni analisti. Anche per Thoma c’è già un sostituto temporaneo: si tratta di Louise M. Parent, dal 2014 membro del consiglio di sorveglianza, affiancata dall’Eon Ceo Johannes Teyssen, giurista e anche lui membro del consiglio.

Ma anche se il rappresentante del consiglio d’azienda Herling assicura che la Deutsche Bank continuerà le indagini con zelo e senza guardare in faccia a nessuno, la reazione degli azionisti è stata tutt’altro che positiva: “Non permetteremo che le inchieste interne subiscano battute d’arresto o si torni al passato”, ha fatto sapere Klaus Niedig, vicepresidente dell’associazione degli azionisti DSW. Altrettanto minacciosa la dichiarazione di Ingo Speich dell’Union Investment, secondo il quale non ci poteva essere un momento meno opportuno per la dipartita di Thoma: “Se si vuole riacquistare la fiducia del mercato dei capitali, nessuna indagine può essere troppo approfondita. E questo richiede controllori indipendenti e scomodi”. Ma, concludeva al SDZ, che più pericolosa dell’opinione dei singoli azionisti, è quella dei consulenti di voto. Se dovessero sconsigliare di discolpare Achleitner, la situazione per lui alla prossima assemblea generale di fine maggio potrebbe diventare imbarazzante. E per l’istituto l’ennesimo colpo duro.

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